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MEDIO ORIENTE/ Tra Iran e Israele una partita a caccia di "bluff"

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Mahmud Ahmadinejad, Presidente dell'Iran (Infophoto)  Mahmud Ahmadinejad, Presidente dell'Iran (Infophoto)

Un discorso a parte merita la condotta di gioco di Iran e Israele. Una condotta sempre in bilico sul crinale che divide razionalità e irrazionalità. Razionale è la volontà israeliana di non perdere il vantaggio strategico nell’essere la sola potenza nucleare del Medio Oriente. Così come altrettanto razionale appare la malcelata volontà iraniana di acquisire l’arma atomica per controbilanciare (almeno tentativamente, come ha ben mostrato su queste pagine anche Robi Ronza) il primato israeliano. Qualora l’Iran riesca a proseguire lo sviluppo del suo programma nucleare, l’ipotesi che si possa determinare una qualche forma di containment, sulla scia della contrapposizione bipolare della Guerra fredda, non è da escludere. Molto probabilmente, l’Iran userebbe la rudimentale capacità atomica soltanto per aumentare il suo status in Medio Oriente. Purtuttavia, non isolate (né, forse, avventate) sono le preoccupazioni di chi - affiancandola alla Germania hitleriana - individua nella teocrazia iraniana una notevole dose di inaffidabilità politica. Irrazionale, invece, è la forte impronta “escatologica” che entrambi i paesi mostrano nell’affermazione del loro interesse nazionale.

Da un lato, Ahmadinejad e Khamenei, dall’altro, Netanyahu e Barak, hanno avanzato giustificazioni alla necessità di uno scontro frontale e apocalittico tra i due stati che poco hanno a che vedere con il ragionevole perseguimento di interessi strategici. Sono giustificazioni ideologiche radicate sia nella cultura sciita, sia in quella ebraica (o, per meglio dire, nella sua variante sionista). La prepotente “politicizzazione” del sacro da parte di ambedue i contendenti solleva quindi numerosi interrogativi sul futuro e fosche nubi sul destino del Medio Oriente. Una tale politicizzazione non riguarda soltanto gli attentati compiuti dal terrorismo islamista: può infatti corrompere la politica estera di un Paese. Fermamente convinto del carattere messianico della propria missione nazionale, uno Stato può essere sospinto - avendo compiuto evidenti errori di valutazione - a eccedere i limiti e le opportunità storiche. Una nazione che si ritenga la più virtuosa al mondo, proprio perché investita da un presunto compito divino, può facilmente porre la propria salvezza nella politica. E le illusioni, che la politica estera “escatologica” di alcuni stati può provocare, sono assai pericolose per l’intero sistema internazionale.



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