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MEDIO ORIENTE/ Tra Iran e Israele una partita a caccia di "bluff"

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Mahmud Ahmadinejad, Presidente dell'Iran (Infophoto)  Mahmud Ahmadinejad, Presidente dell'Iran (Infophoto)

Nel poker ciascuno di coloro che è seduto intorno al tavolo verde sa molto bene che per vincere una mano, oltre alle carte distribuite dal mazziere, è fondamentale l’abilità del giocatore. È, infatti, la capacità di quest’ultimo di valutare le probabilità, di osservare il comportamento degli altri e di eseguire bluff efficaci per indurli in errore a fare la differenza nel corso di una partita. Se poi l’abile giocatore è anche assistito dalla fortuna, ci sono allora buone possibilità che riesca anche a vincere portandosi a casa il piatto.

Ormai da qualche tempo, in Medio Oriente è iniziata l’ennesima mano di una delicata e assai più lunga partita di poker, quella sul programma nucleare iraniano. Una delicata e pericolosa partita a poker da cui dipenderanno i destini del Medio Oriente. Intorno al tavolo da gioco sono seduti Iran, Israele, Stati Uniti e alcuni paesi della regione. Mentre alle loro spalle si possono scorgere gli occhi attenti e interessati - o, per molti versi, preoccupati - della Comunità internazionale. Ma sembrano soprattutto due i paesi che vogliono spingersi fino in fondo, che desiderano scoprire l’uno le carte e l’eventuale bluff dell’altro: Iran e Israele.

Gli Stati Uniti, secondo un rigoroso calcolo degli interessi, appaiono rivolti a garantire il mantenimento del già precario equilibrio del (dis)ordine mediorientale. La lunga e ancora incerta corsa verso le presidenziali di novembre, il clima di insicurezza dovuto alla crisi economica, il profondo spostamento verso l’Asia-Pacifico del centro della loro strategia geopolitica, suggeriscono all’America molta cautela. Soprattutto perché il rischio di una chiusura (totale, parziale o soltanto tentata) dello Stretto di Hormuz provocherebbe il necessario, ma certamente non auspicato, intervento della marina militare statunitense nelle acque del Golfo.

I paesi della regione mediorientale, invece, rappresentano un fronte soltanto all’apparenza coeso. Ciascuno Stato, dall’iper-attivo Qatar (con il suo braccio armato mediatico Al Jazeera) alla sorniona Arabia Saudita, dal turbolento Egitto alla bramosa Turchia, oltre a dover rispondere alle conseguenze delle rivolte arabe, persegue delle autonome linee di politica estera. L’unità d’intenti dimostrata nella ricerca di una soluzione condivisa alla drammatica situazione in Siria non deve trarre in inganno. I rispettivi interessi strategici di questi attori, che sarebbero tutti favoriti da una diminuzione della potenza iraniana, finirebbero presto per confliggere.



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