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UGANDA/ John (Avsi): ecco la nostra risposta a Joseph Kony

Pubblicazione:domenica 11 marzo 2012

Foto Infophoto Foto Infophoto

Questi bambini hanno subito una serie di traumi. Per quanti di loro si sono lasciati alle spalle la guerra e hanno trascorso le notti nei boschi, con marce forzate o fuggendo da chi li voleva uccidere, quel dramma resterà per sempre davanti ai loro occhi. E’ questo il motivo per cui è molto importante sostenerli, accompagnarli e garantire loro un’educazione. Posso comprendere quanto sia giusto e importante catturare Kony. Ma è ancora più importante il fatto che nel Nord dell’Uganda ci sono 2 milioni di ex sfollati che stanno cercando di tornare alla loro vita normale. In particolare c’è un’intera generazione di ragazzi che hanno vissuto la loro infanzia sotto la guerra, e che oggi vorrebbero frequentare la scuola e condurre la vita tipica di qualsiasi bambino normale. Per loro occorre quindi fare molto di più che per gli altri bambini.

 

Qual è stata la sua esperienza di questi 26 anni di guerra?

 

A colpirmi sono stati soprattutto i bambini-pendolari che ogni mattina dovevano attraversare lunghe distanze per andare a scuola, proprio perché all’epoca c’erano pochi luoghi dove era sicuro trascorrere la notte. Tra questi c’erano gli ospedali missionari, dove i bambini si recavano ogni sera per dormire e ricevere qualcosa da mangiare. Inoltre i punti dove i servizi erano disponibili erano scarsi, perché molte delle organizzazioni non profit non potevano avventurarsi in molte parti dell’Uganda settentrionale, per il timore che il loro personale fosse rapito dai ribelli. E’ stato quindi un periodo inquieto, senza pace, durante il quale le persone non potevano uscire in giardino, o sentirsi sicure nelle loro case, e quindi erano costrette a fuggire altrove.

 

(Pietro Vernizzi)



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