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Esteri

LETTERA/ Dall'Iraq ai pescatori indiani, il filo rosso è il perdono

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C’e’ da rimanere stupiti nel vedere che al mondo esiste una possibilita’ cosi’ concreta di voler bene. Anche oggi. Anche per me. Di cose che non funzionano, specie in Italia, siamo pieni. Il lavoro non c’e’, il futuro vacilla, la crisi attanaglia le famiglie, le imprese, i lavoratori, e il traguardo per uscirne appare spesso lontano. Ed e’ tutto vero. Sacrosanto farci i conti. Ma il cuore, proprio il cuore, quello spazio indifeso dell’anima, ha bisogno per vivere di intercettare delle robe cosi’! Di fatti che sappiano dar pace come nessun posto fisso o Pil al 7% - bonta’ loro – sarebbero in grado di fare .

Sono fatti piu’ pesanti di altri, dicevamo, sparsi qua e la’ nel mondo come semi di luce. Sono fatti che inchiodano ed obbligano a prender posizione: come e’ possibile all’uomo arrivare a tanto? Di che legno e’ fatta quella zattera che permette il guado dall’impossibile desiderio di realizzarsi alla concreta esperienza di compimento? Perche’ tutti vorremmo amare tutto in un modo cosi’ umano, sarebbe ipocrita negarlo, ma nessuno da solo ci riesce.

E allora, senza saper neanche bene come, ci si rende conto che di Wojtyila, di Nassyria e della faccenda dei maro’ in India, quello che resta e dura nel tempo e’ quell’inesorabile positivita’ di cui si sono resi segno, tale per cui sara’ difficile dimenticare, anche fra cinquant’anni. Fosse pure per pochi istanti, torneranno a bussar soavemente alla porta come la piu’ dolce e la piu’ santa fra le malattie.

 

(Lorenzo Ettorre)

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