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AFGHANISTAN/ Jean: la morte del sergente Silvestri, un sacrificio "necessario"

Pubblicazione:sabato 24 marzo 2012

Un altro militare italiano è morto in Afghanistan Un altro militare italiano è morto in Afghanistan

ATTACCO IN AFGHANISTAN, UCCISO MILITARE ITALIANO. Un’altra giovane vita italiana stroncata in Afghanistan. A restare ucciso dai colpi di mortaio dei talebani stavolta è stato il sergente Michele Silvestri, di 33 anni, sposato e padre di un bambino piccolo. Con lui salgono a 50 le vittime tra i nostri militari in Afghanistan, con un bollettino di guerra che non accenna ad arrestarsi. Silvestri faceva parte del 21/o Genio Guastatori di Caserta, insediato nell’avamposto “Ice” da dieci giorni. Oltre a lui sono rimasti feriti cinque militari. Appena cessato il bombardamento dei talebani, subito è partito il fuoco di fila delle dichiarazioni dei politici, con Antonio Di Pietro secondo cui “siamo in guerra, una guerra che non ci appartiene, vietata dalla Costituzione italiana. Più passa il tempo e più la popolazione afghana ci odia”. Per il generale Carlo Jean al contrario, “la grande massa della popolazione afghana è a favore della presenza occidentale nel Paese. Il primo pensiero è di ammirazione per come i nostri militari si comportano in prima linea. Non c’è stato nessun fenomeno di sbandamento né a livello militare né da parte del nostro governo. L’Italia quindi esce a testa alta anche da questo doloroso episodio”.

Generale Jean, con la morte del sergente Silvestri i nostri soldati rimasti vittime in Afghanistan salgono a 50. Da quale situazione nasce questo nuovo attacco che segue quello del 20 febbraio scorso?

Il primo pensiero è il cordoglio per la perdita di un soldato italiano e l’ammirazione per come si comportano i nostri militari in prima linea. Questo nuovo attacco nasce da una situazione ben più complessa di quella che riguarda il solo contingente italiano. Dipende in primo luogo dalle reazioni della guerriglia, della popolazione afghana e dei credenti nell’Islam alla bruciatura nel Corano, all’uccisione dei 16 civili nella zona di Kandahar da parte del sergente Usa e alle tensioni esistenti tra Stati Uniti e il governo Karzai. I guerriglieri talebani cercano di accreditarsi come i difensori dell’Islam e della dignità afghana e come i vendicatori di chi li offende, perché l’idea di vendetta fa parte della cultura profonda di questi popoli.

Secondo alcuni l’Italia dovrebbe ritirarsi subito dall’Afghanistan, secondo altri si tratta di una guerra che non possiamo perdere. Lei come la vede?

L’Italia non si trova in Afghanistan per vincere la guerra, né per una missione umanitaria nei confronti della popolazione afghana. I nostri militari sono là in quanto facciamo parte di un’alleanza e abbiamo bisogno di tenere gli Stati Uniti stretti a noi il più possibile, anche perché la presenza Usa in Europa non è importante soltanto per la sicurezza del Mediterraneo, ma perché fa sì che l’Italia, che è la più piccola tra le potenze europee, sia un po’ meno piccola. Gli americani bilanciano infatti la forza di Gran Bretagna, Francia e Germania.

Fatta questa premessa, vale ancora la pena che i nostri militari restino in Afghanistan e per quanto tempo?


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COMMENTI
25/03/2012 - Contro il conformismo dei media italiani (Giuseppe Crippa)

Questa intervista di Pietro Vernizzi a Carlo Jean ha il pregio di sottolineare un punto che varrebbe la pena approfondire a dispetto del conformismo di segno opposto imperante nel giornalismo nostrano. Non chiedo certo a Il Sussidiario di inviare qualcuno a Kabul ma vorrei se possibile che venisse meglio provata la veridicità dell'affermazione di Jean: «La grande massa della popolazione afghana è a favore della presenza occidentale» Secondo me sarebbe importante che questo fosse compreso anche da noi italiani e quindi di conforto ai famigliari dei 50 «nostri ragazzi» caduti in questi anni.