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VIAGGIO DEL PAPA/ L’"antipolitico" Benedetto porta a Cuba la vera rivoluzione

Pubblicazione:martedì 27 marzo 2012

Benedetto XVI (Infophoto) Benedetto XVI (Infophoto)

Contro la stanchezza della fede, contro il cristianesimo che si dà per scontato. Questa potrebbe essere una sintesi della prima parte del viaggio che Benedetto XVI ha iniziato venerdì in Messico e che si concluderà domani a Cuba. È stata data molta importanza alla seconda parte del viaggio, alla presenza del Papa sull’isola che, guidata prima da Fidel Castro e ora da suo fratello Raul, è rimasta uno dei pochi regimi comunisti ancora in vita, capace di durare dalla caduta di Batista nel 1959.

Cuba è senza dubbio importante. Da quando Giovanni Paolo II l’ha visitata nel 1998 c’è stata una rinascita della vita della Chiesa e ora c’è un’esperienza cristiana che cresce e che sarà rafforzata dalla presenza del Santo Padre. Altra cosa è il fatto che il Papa possa accelerare il crollo del regime che tiene centinaia di prigionieri politici nelle carceri, limita le libertà e mette quasi alla fame la popolazione. Alcuni, in maniera illusoria, ritengono che accadrà. Ha ragione il dissidente cattolico Oswaldo Paya, leader del Movimento cristiano di liberazione, uno dei più influenti a Cuba, quando dice che è assurdo pretendere che le ore che Benedetto XVI passerà sull’isola possano portare alla caduta della dittatura.

Cuba è importante, ma per la sfida che ha di fronte a sé la Chiesa in questa parte del mondo il Messico lo è ancora di più. Il Paese centroamericano e l’Argentina sono i due centri culturali più attivi dell’America che parla spagnolo. Il Messico è anche il grande ponte tra gli Stati Uniti e l’America Latina. In realtà, gli Stati Uniti sono già molto “condizionati” dal Messico, dato che il 60% degli ispanici residenti negli Usa è messicano. E, secondo quanto dice la rivista Times, saranno gli ispanici a decidere il futuro dell’America.

Victor René, segretario della Conferenza episcopale messicana, ha riconosciuto in un’intervista che la Chiesa del suo Paese ha dimenticato l’importanza di questi immigrati. Alcuni ritornano e altri rimangono a vivere negli Usa. Ed è facile che, nella seconda o terza generazione, la fede che fa parte della loro identità scompaia nel contesto di una cultura anglosassone in cui ciò che è ispanico è guardato con sospetto. La trasmissione dell’esperienza cristiana, il superamento di un’adesione superficiale, non è solo un problema degli immigrati. Il Papa, come ha fatto a Nostra Signora di Aparecida nel maggio 2007, ha combattuto quella che lui stesso ha definito nella messa celebrata nel Parco del Bicentenario di León la “stanchezza della fede”.


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