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Esteri

SCIOPERO SPAGNA/ Da Madrid una lezione all'Italia

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Il secondo governo Berlusconi, che aveva fatto dell’abolizione dell’articolo 18 parte del suo programma, fu ostacolato, prevalentemente, dall’opposizione del fronte sindacale che, per l’occasione, mostrò una certa compattezza. Il sindacato spagnolo, del resto, è molto più debole di quello italiano e ci sono tassi di sindacalizzazione più bassi. Senza contare infine l’accelerata impressa dalla forte pressione europea.  

La riforma dei licenziamenti è paragonabile a quella italiana?

I contesti di partenza normativi sono diversi, ma il trend e il fine sono i medesimi. Anche in Spagna, infatti, l’intervento per ridurre la rigidità fu realizzato con gli stessi intendimenti con cui viene proposto oggi in Italia: ovvero, per incentivare le imprese ad assumere a tempo indeterminato, presumendo che potendo licenziare più facilmente, avrebbero assunto anche più facilmente.

È stato così?

No. Il tasso di disoccupazione è rimasto altissimo e non appena la crisi economica - specialmente quella locale, relativa alla sgonfiamento della bolla immobiliare - ha cominciato a farsi sentire, è aumentata; d’altro canto, è aumentata la quota di contratti a termine.

Quindi?

Quando si citano esempi stranieri occorrerebbe contestualizzare. La disciplina di un singolo istituto, andrebbe messa in relazione con la normativa generale. I modelli andrebbero confrontati in maniera metodologicamente corretta. Non si può estrapolare un segmento di normativa senza contemplare, ad esempio, il ruolo e il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali, anche nei processi di ristrutturazioni d’impresa.  

Quali valutazione possiamo fare, rispetto alla situazione generale?