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INDAGINE/ Ecco la solidarietà che serve all'Europa per non scomparire

Pubblicazione:domenica 4 marzo 2012 - Ultimo aggiornamento:domenica 4 marzo 2012, 17.58

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In molti Paesi dell’UE, l’aiuto agli Stati in condizioni di necessità è stato falsamente presentato da parte di media o partiti politici come un trasferimento reale di denaro. In Germania, per esempio, quando fu approvato il primo pacchetto in favore della Grecia, il quotidiano Bild accusò il governo di dare miliardi ai greci, nel momento stesso in cui tagliava la spesa interna per scuole e verde pubblico. Ciò rende difficile per l’opinione pubblica accettare questo tipo di solidarietà. È quindi importante chiarire che l’assistenza finanziaria di cui si parla non consiste in sovvenzioni, ma in prestiti non agevolati. Malgrado vi sia una componente solidaristica, se Grecia, Portogallo o Irlanda terranno fede ai loro impegni, non vi sarà nessun costo a carico dei Paesi prestatori. Inoltre, i leader dei vari Stati dovrebbero spiegare alla loro opinione pubblica i costi insiti nel non aiutare i Paesi in difficoltà. Una migliore comunicazione sugli accordi di solidarietà aiuterebbe certamente a cambiare la loro percezione da parte dei cittadini. Ad ogni modo, non sembra ragionevole pensare che queste iniziative solidaristiche possano contribuire a una sconfitta alle prossime elezioni delle attuali maggioranze in Francia o Germania.

 

Per quale motivo?

 

Per una ragione molto semplice: in entrambi i Paesi, i maggiori partiti di opposizione sono sostenitori di un approccio solidaristico, anzi spingono per fare ancor di più, per esempio attraverso l’introduzione degli Eurobond. Nel caso della Grecia, la situazione è rovesciata: ciò che è in gioco non è la solidarietà ottenuta, ma i programmi di ristrutturazione che i governi devono impegnarsi ad attuare in cambio di questa solidarietà. Come indicano i sondaggi, nelle prossime elezioni il Pasok (il partito al governo) verrà probabilmente penalizzato a causa delle misure di austerità che ha dovuto adottare negli ultimi due anni.

 

(Pietro Vernizzi)



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