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IL CASO/ Christoforos, il vescovo di Cipro che sfida i militari turchi

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Immagine d'archivio (Infophoto)  Immagine d'archivio (Infophoto)

Il vescovo Cristoforo è stato eletto dal Sacro Sinodo come primo vescovo dalla Chiesa autocefala dopo il ripristino del vescovato il 22 maggio 2007. Da allora gli è stato permesso di celebrare la liturgia nelle chiese del vescovato soltanto tre volte. Dal novembre 2008 il regime di occupazione ha respinto le sue numerose richieste di celebrare nei territori occupati di Rizokarpaso, Ayia Triada e nel Monastero di Andrea Apostolo. La più recente negazione del suo diritto di vescovo, prima di essere incluso nella stop-list, era stata il 30/11/2011 nella ricorrenza di Andrea Apostolo, uno dei giorni più sacri per i cristiani di Cipro. Durante la sua visita a Carpasia è stato strettamente seguito e videoregistrato dalla cosiddetta “polizia” del regime occupato, anche quando ha visitato i “confinati” greco ortodossi nelle proprie abitazioni.

Abbiamo scritto: “è noto che dal 1974 Carpasia è sotto l’occupazione militare illegittima turca. I greci ciprioti desiderosi di stare nei propri luoghi nativi nella penisola di Carpasia hanno dovuto costantemente sopportare le angherie del regime occupante. La deplorevole situazione di vita dei greci ciprioti di fatto reclusi nelle aree occupate è evidente dalla semplice evidenza dei numeri: da 20.000 che erano nel settembre 1974 oggi sono residenti 338 greci e 111 maroniti”.

In passato avevo visto la vicina Famagosta (che sta a qualche decina di chilometri). Che cosa hanno fatto i turchi alla Cipro cristiana e al suo scrigno vivente di memoria e cultura, non si riesce a descrivere. Dal 1974 tengono Famagosta sotto occupazione, in tutto dominano illegalmente il 37 per cento dell’isola, la terza del Mediterraneo (sotto il nome di Repubblica Turca di Cipro Nord). Almeno la occupassero soltanto. Hanno fatto sparire 1.600 e rotte persone, di cui nulla più si sa: assassinate, incarcerate, mummificate. Come in Argentina, ma non è di moda parlarne. Hanno cacciato dalle loro case e dalle loro terre chiunque non fosse musulmano e turco. Dopo di che hanno distrutto le chiese cristiane, ridotte a latrine per i cani o trasformate in moschee, i cimiteri hanno le croci spezzate. I monasteri hanno avuto la buona sorte di essere tramutati in hotel di lusso.

Famagosta però è il peggio del peggio. Sono giunto ai suoi confini nel pomeriggio. Eravamo una quindicina di parlamentari del Consiglio d’Europa, commissione per i diritti umani. Non c’era il visto per attraversare il confine, nonostante la Turchia faccia parte del Consiglio d’Europa (che è più grande dell’Unione Europea e comprende 47 Paesi compresa la Russia, la Georgia e la Svizzera, ed è l’istituzione che tratta di solito a pesci in faccia l’Italia a proposito di diritti umani di cui è custode). I parlamentari turchi non avevano voluto presenziare all’incontro di Limassol per ascoltare testimonianze sulle sparizioni. È scomodo per loro, meglio chiudere gli occhi propri e altrui. Fingere di non sapere. Per evitare complicazioni con la Turchia non è venuto nessun rappresentante dei cosiddetti grandi Paesi europei. Né Francia né Gran Bretagna né Germania né Spagna. 


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