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Esteri

LIBIA/ Il tavolo della nuova "guerra" del petrolio

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Nella lunga lista di aspiranti partner non vanno poi dimenticate il colosso russo Gazprom e la China National Petroleum Corp che hanno messo sul campo investimenti miliardari in cerca di nuovi giacimenti, sia di “oro nero” che di gas, e che, seppure penalizzate dai calcoli errati di Mosca e Pechino che hanno tardato troppo a salire sul carro del vincitore a differenza dei loro “colleghi” del Consiglio di sicurezza, potrebbero comunque sorprendere tutti con un colpo di coda di sicuro effetto. A questi vanno aggiunti gli “emissari” di vari governi e le numerose e intraprendenti delegazioni economiche che da oriente a occidente, e a dire il vero senza troppa pubblicità, sono partite per “omaggiare”, fin dalle prime avvisaglie della fine del rais, il nuovo governo libico.

Ma sul piatto della bilancia non c’è solo il petrolio. Ci sono i grandi appalti per infrastrutture per quasi 5 miliardi di dollari e l’indotto potenziale di almeno 60 milioni di investimenti per le piccole e medie imprese, in difficoltà sull’asfittico mercato domestico e dunque ancor più interessate a mettere un piede in territorio libico. Insomma la Libia ha molto da offrire e fa gola a molti, ma resta ancora da capire chi e in che modo riuscirà a mettere una seria ipoteca sui futuri possibili appalti.

Se la partita si gioca sulla ricostruzione politica, ma anche e soprattutto economica, di un Paese uscito devastato dalla guerra, è plausibile credere che maggiori saranno le risorse che gli aspiranti contendenti saranno in grado di mettere in campo, maggiori saranno le loro possibilità di accesso al mercato libico. D’altra parte già prima della fine delle ostilità, il leader del Consiglio nazionale di transizione, Mustafa Abdul Jalil, con un’innegabile lungimiranza, aveva chiaramente chiesto agli “amici della Libia” aiuti in cambio di petrolio. Consiglio evidentemente recepito dalla Francia che, secondo indiscrezioni mai confermate, avrebbe siglato già nell’aprile dello scorso anno un gentlemen agreement con il Cnt per assicurare alla Total una notevole fetta del petrolio libico, offrendo in cambio tutto il sostegno necessario per la “transizione”.

Da questo punto di vista, però, anche l’Italia ha le sue carte da giocare. Anche se è terminata l’epoca dei privilegi, garantiti da un trattato amicizia che in cambio di cospicui aiuti economici garantiva la primacy all’Italia per l’assegnazione di giacimenti e infrastrutture, dall’altra va ricordato che già nello scorso gennaio il Cane a sei zampe era tornato a produrre in terra libica circa 240mila barili al giorno, poco meno di quanto prodotto prima della guerra. La ripresa della produzione ha comportato un rapido cash nelle tasche del governo libico che mai come in questo momento ha bisogno di risorse per costruire il proprio ambizioso progetto della Libia che verrà e che, dunque, sembra prediligere la politica del “business as usual”.

Se quindi, almeno nell’immediato, l’Italia, e con questa l’Eni, non rischierebbe di perdere la premiership,  non avrà certo vita facile nel difendere la relazione privilegiata che si è costruita con tanta fatica. Francia e Regno Unito, che hanno guidato la coalizione che ha sostenuto la rivoluzione, aspirano infatti ad avere il ruolo politico ed economico di primo piano.

Al contempo, però, non sono neppure da trascurare gli interessi della Russia e, soprattutto, della Cina, attivissima dove ci sono risorse di idrocarburi da sfruttare e occasioni economiche “da prendere al volo”.