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Esteri

LIBIA/ Il tavolo della nuova "guerra" del petrolio

A chi andranno le risorse petrolifere della nuova Libia? La lista degli aspiranti partner del novo governo è molto lunga, dall’Europa al Medio oriente. L’analisi di MICHELA MERCURI

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Se, come a detta di molti osservatori, l’intervento delle forze Nato in Libia, per lo meno per quei Paesi che lo hanno fortemente voluto fin dall’inizio, è stato dettato da “interessi energetici” piuttosto che da spirito umanitario, è arrivato il momento di capire se questa partita è stata ben giocata e se gli sforzi saranno ben ripagati. In altre parole, a chi andrà il petrolio libico? Prima di provare a rispondere a questa domanda è necessario fare un passo indietro e capire l’entità reale della posta in gioco.

La Libia è un importante produttore di petrolio, anche se non tra i primissimi al mondo. La sua produzione, prima dell’inizio delle ostilità, ammontava a quasi a un milione e 600mila barili al giorno, circa il 2% della produzione mondiale. Di questi circa il 52% era in mano a 35 aziende internazionali capeggiate dall’italiana Eni che nel 2010 ha primeggiato, con i suoi 267mila barili al giorno, sulla tedesca Wintershall e sulla francese di Total, rispettivamente con 79mila e 55mila barili al giorno.

Dati alla mano dunque è facile intuire come, soprattutto dal 2004, anno della “riabilitazione” della Libia, e soprattutto di Gheddafi, sulla scena internazionale, la ripresa delle relazioni con l’Europa sia stata trainata soprattutto dall’interesse per l’oro nero, tanto che la Libia si è accreditata come uno dei principali fornitori di petrolio per molti stati della sponda nord del Mediterraneo. Nel 2010 l’Italia è stata il primo importatore di petrolio dal Paese nordafricano con una percentuale del 28% del consumo totale, seguita dalla Francia (15%) e da Germania e Spagna (entrambe con il 10%).

Durante il conflitto la produzione di petrolio è stata pressoché sospesa, ma negli ultimi mesi sembra essersi registrata una buona ripresa delle attività. Resta ora da capire a chi andranno le risorse petrolifere libiche, abbondanti certo, ma non inesauribili.

La posizione del nuovo governo, guidato da Abdel Rahim al-Keeb, è stata piuttosto fumosa e orientata indubbiamente ad un certa realpolitik, sembra insomma che i nuovi leader libici abbiano imparato presto ad utilizzare gli strumenti della diplomazia, e d’altra parte come dargli torto? Se lo scatolone di sabbia libico ha sempre vissuto sui proventi della rendita petrolifera, è naturale che la leadership al potere abbia subito compreso la semplice ma efficace equazione: il petrolio può divenire un’arma politica, dunque meglio giocarsela al meglio tenendo, se necessario, un piede in due o più scarpe.

Se da un lato, dunque, il premier libico tranquillizza Paolo Scaroni sul fatto che i contratti petroliferi non sono in discussione e firma con il presidente del consiglio Mario Monti, in visita a Tripoli nello scorso gennaio, la Tripoli Declaration in cui si ribadisce l’importanza del rafforzamento dei rapporti bilaterali tra Italia e Libia, dall’altra non sembra affatto disdegnare le lusinghe del leader francese Nicolas Sarkozy che, dopo avere sostenuto strenuamente il Cnt nella guerra di “liberazione” libica, si è ben presto presentato a chiedere il conto, sotto l’occhio vigile dell’amministratore delegato del gruppo Total, Christophe de Margerie. Con lui anche David Cameron, i cui interessi ad aumentare la marginale “presenza petrolifera” britannica in suolo libico sono facilmente comprensibili.