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AUNG SAN SUU KYI/ Usa e Cina si contendono già la "democrazia" del Myanmar

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Aung San Suu Kyi (InfoPhoto)  Aung San Suu Kyi (InfoPhoto)

Dall’88 non ha mai smesso di combattere, avvalendosi, come armi, delle sue sole parole; a sorreggerla e darle forza, la tradizione, specie quella religiosa, del suo paese, soggiogato da un regime militare di matrice marxista. Già nel 1990, il 27 maggio, quando il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, stravinse le elezioni (ottenne 392 seggi su 485), fu chiaro quanto il suo popolo la amasse. Ma lo Slorc (Consiglio di restaurazione della legge e dell’ordine di Stato) invalidò le elezioni e incarcerò tutti i compagni di Aung San Suu Kyi; ora, dopo decenni passati agli arresti domiciliari – rilasciata e nuovamente imprigionata a fasi alterne – la svolta epocale. O così, almeno, sembra. Aung San Suu Kyi, libera dal novembre 2010 è stata eletta, in un seggio di Kawhmu, ricevendo l'82% delle preferenze. Si è trattato di elezioni suppletive, che sostituiranno 45 degli attuali 1160 seggi su 1160. Resta da capire se il fatto che l’eroina birmana, premio Nobel per la pace, siederà in Parlamento, inciderà realmente sul processo di democratizzazione di Myanmar. IlSussidiario.net lo ha chiesto a Antonello Folco Biagini, professore di Storia dell’Europa Orientale nell'Università La Sapienza di Roma. 

«E’ presto per fare bilanci - afferma - e un giudizio definitivo lo si potrà dare solo da qui a qualche mese. Tuttavia, il fatto che gli impedimenti interposti in precedenza siano venuti meno, è un fatto, di per sé, estremamente positivo. Si tratta di un segnale positivo». Cerchiamo, anzitutto, di capire da cosa possano esser stati originati gli eventi: «l’allentamento del regime può essere dipeso, anzitutto, dal fatto che gli Stati Uniti, a più riprese, avevano affermato che si sarebbero regolati sulle sanzioni, inasprendole o ammorbidendole, proprio sulla base del comportamento che il potere centrale birmano avrebbe assunto nei confronti di Suu Kyi». Non è solo merito degli Usa: «ci sono, inoltre, gruppi di potere stabili che possono aver influito sulla piega degli eventi. Poteri interni al Paese, ma anche grandi gruppi finanziari ed economici che auspicano da tempo di poter tornare ad investire in Birmania. C’è, di fatto, un movimento mondiale che punta a far sì che certe forme dittatoriali non assumano più un carattere estremo». Tutto ciò un effetto l’ha sortito, eccome: «ha determinato il rispetto, per lo meno formale, di alcune prerogative democratiche. Certo, sappiamo che la democrazia è un obiettivo distante, ma l’imposizione di certe forme elettorali è un primo e importante passo».

Francesco Sisci, su queste pagine, sosteneva che la transizione sta venendo facilitata «dai cinesi», il cui obiettivo è ambizioso. «Se riuscissero a portare a termine l’impresa stabilirebbero un precedente estremamente importante, tanto più che l’America sta tentando di esportare con la forza la democrazia in Paesi come lIraq, l’Afghanistan, e la Libia senza riuscirci». Secondo Biagini «si sta giocando, in effetti, una partita tra i sistemi della politica statunitense e quelli della politica cinese. Va sottolineata, tuttavia, la contradditorietà del gigante asiatico; il quale, se nel caso della Birmania, si è mosso secondo parametri valutabili positivamente, non si può dire altrettanto, ad esempio, di come sta gestendo la situazione in Tibet». In ogni caso: «è probabile che la Cina, oltre che a livello diplomatico, si stia muovendo su un altro versante: trattando gli assetti futuri del Paese». 



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