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11 SETTEMBRE 2021/ Quali saranno le minacce del prossimo decennio?

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Immagine d'archivio (Infophoto)  Immagine d'archivio (Infophoto)

Nel 1941, durante uno dei momenti più cupi della storia inglese ed europea, Winston Churchill ebbe a sostenere che, una volta entrato consapevolmente in guerra, lo statista «non è più padrone della politica, ma schiavo di eventi imprevedibili e incontrollabili». Purtuttavia, il saggio e realistico riconoscimento di non disporre del proprio destino non spinse l’allora Primo Ministro britannico a tirare i remi in barca. Egli, infatti, non solo fu uno degli artefici della vittoria nella Seconda guerra mondiale, ma seppe anche e soprattutto "immaginare" (insieme a Roosvelt e Stalin) il futuro del sistema internazionale. Anche se non fu ironicamente in grado di "prevedere" la propria sconfitta a vantaggio del laburista Attlee nelle elezioni politiche del 1945, Churchill rimane uno degli uomini politici maggiormente dotati di lungimiranza.

La lungimiranza – ossia la capacità di guardare lontano nel tempo – è sempre stata una delle attitudini più importanti per qualsiasi politico. Possedere o non possedere un tale dono, infatti, ha spesso fatto la differenza nella carriera di chi è stato (ed è tuttora) chiamato a servire il popolo. Al tempo stesso, la lungimiranza è (e deve continuare a essere) un attributo proprio anche della classe degli aiutanti del potere politico: vale a dire, di quella più o meno nutrita schiera di studiosi che, scrutando la realtà presente, cercano di prospettare quella futura al fine di aiutare la politica a orientare i fenomeni al miglior esito possibile.

«Vedere» i fenomeni politici – ha osservato Sheldon S. Wolin nella sua celebre opera Politics and Vision – non significa soltanto descrivere un evento o un oggetto. La «visione», infatti, richiede sempre anche un’essenziale componente di «immaginazione». E l’immaginazione necessariamente contiene in sé la convinta speranza nel domani, insieme con la proiezione di quale potrà essere nel futuro l’ordine di una comunità o di un sistema globale.

Un tentativo, tanto difficile quanto affascinante, in questa direzione ci è ora offerto dal volume curato da Gianluca Ansalone e Angelo Zappalà (11 settembre 2021. Le minacce del prossimo decennio, FrancoAngeli, Milano 2012). Con una buona varietà di registri stilistici, un più che adeguato ricorso ai dati e un costante riferimento alla letteratura scientifica, questo agile libro cerca – come osserva giustamente Edward Luttwak nella sua Prefazione – di «immaginare il futuro in modo fresco ed originale». Non si tratta, conta sottolinearlo fin da subito, di uno di quegli esercizi di stile in cui qualche futurologo cerca di predire gli avvenimenti. Un tentativo, di per sé, che non può che risultare inutile. Piuttosto, il volume è un tentativo – per usare le parole di Ansalone – di «recuperare il senso della visione e della profondità strategica». Un tentativo aggiungiamo ben riuscito.

L’inizio del XXI secolo è stato segnato da grandi cambiamenti e dal sorgere di numerose minacce. Assai spesso, gli uni e le altre si sono caratterizzati per il fatto di non provenire da – o di non essere completamente esauribili in – attori statuali. Sono pericoli asimmetrici o transnazionali, che spingono a rivedere alcuni degli assunti più consolidati dei paradigmi delle Relazioni Internazionali. In 11 settembre 2021, esperti, analisti e accademici ci aiutano a considerarli e a giudicarli. 


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