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CASO MARO’/ L’esperto: così l’India vuole alzare il "prezzo"

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Scintille e tensione tra India e Italia. Il nostro Paese ha infatti richiamato a Roma l'ambasciatore per consultazioni, fatto assai grave in campo diplomatico. Questo a seguito della deposizione da parte del tribunale di Kollam dei capi di accusa contro i due marò in stato di arresto dallo scorso febbraio. In realtà i capi di accusa verranno depositati ufficialmente solo domani, quando per la legge indiana scadranno i 90 giorni di carcerazione preventivi, ma sono già stati resi pubblici dai media indiani. Capi di accusa pesantissimi: si va dall'omicidio al tentato omicidio fino all'associazione per delinquere. Dopo la pubblicazione di questi capi d'accusa, il nostro sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura ha incontrato personalmente il premier di Kerala in un incontro molto teso e duro, tanto che i due non si sono neanche dati la classica stretta di mano. Totale disappunto espresso dal sottosegretario e quindi richiamo a Roma dell'ambasciatore.

Per Paola Puoti, esperta di diritto internazionale contattata da IlSussidiario.net, siamo davanti a un evidente violazione del diritto internazionale da parte dell'India. "Il problema" spiega "è di molto precedente ai capi di accusa depositati oggi. Il problema è a monte perché la nave su cui si trovavano i marò  era chiaramente in acque internazionali e dunque visto che la nave batteva bandiera italiana la giurisdizione del caso spetta automaticamente a un giudice italiano". Il ritiro del nostro ambasciatore poi apre una crisi gravissima tra due Paesi che hanno invece interessi strategici comuni da preservare: "L'India probabilmente sta solo alzando il prezzo per concedere la libertà ai nostri soldati".

 

Come giudica la deposizione degli atti di accusa contro i nostri due marò?

 

E' evidente che la giustizia indiana ha seguito il suo corso senza coinvolgere quella italiana. Questo sin da subito: la perizia balistica ad esempio è stata fatta senza ammettere periti e osservatori italiani, il problema della situazione della nave in acque territoriali o in acque in alto mare, che farebbe cambiare completamente la teoria del giudice indiano, non è stata presa in considerazione.

 

In che senso sarebbe cambiata la teoria del giudice indiano?

 

Se è vero, come sostengono i marò, che la nave si trovava in acque internazionali la giurisdizione è del codice italiano come infatti sostiene la difesa italiana.

 

La giustizia indiana sostiene che sia stato violata anche la Convenzione internazionale del 1988 che stabilisce in caso di atti illeciti che la giurisdizione di uno Stato arrivi fino a 200 miglia dalla costa.

 

Infatti il problema principale di tutta la questione è a monte, non sono i capi d'accusa ma si tratta di un problema di giurisdizione e quindi di giudice competente. 

 

Ci spieghi.

 

L'Italia sostiene a ragione che il diritto penale segua un principio di territorialità, in base al quale una persona che commette un reato viene punita nel territorio dove lo ha commesso. Nel caso dei marò  i due soldati si trovavano su una nave battente bandiera italiana in acque internazionali, quindi la giurisdizione è senz'altro del codice italiano. 

 

E la Convenzione del 1988? 



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