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GRECIA & ITALIA/ La rinascita dell'Argentina, un mito da sfatare

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Da quando è iniziata la fase acuta della crisi si è fatto un gran parlare di Argentina, citandola come esempio da seguire per risolvere le problematiche del giorno d’oggi. Recentemente anche la trasmissione Report, condotta dalla serissima e qualificata Milena Gabanelli, in un servizio mandato in onda proprio sulle iniziative controcorrente per risollevarci dalla recessione in atto, ha mostrato esempi da tutto il mondo, anche dall’Italia, ma si è soffermata in particolare sul Paese latinoamericano, pur sottolineando che non è sicuramente tutto oro quello che luccica.

Credo che a questo punto sia indispensabile fornire un quadro della situazione reale nella quale versa l’Argentina, anche per riportare il tutto su di un binario di maggiore obiettività. Quello che è inconfutabile è che la crisi vissuta in Argentina, esplosa nel fatidico dicembre del 2001, è figlia di un processo neoliberale iniziato dieci anni prima e collegato al ritorno del peronismo al potere in un regime democratico. La statalizzazione delle perdite dei privati iniziata in epoca militare unita al decennio di liberalizzazioni selvagge e politiche finanziarie decisamente creative (una parità tra peso e dollaro totalmente fittizia, o meglio supportata con i fondi degli ingenti prestiti elargiti da Fmi e banche mondiali) hanno portato il Paese al cataclisma del 2001, fatto atteso ma dalle conseguenze ben più disastrose del previsto.

La reazione è stata quella che tutti conosciamo: svalutazione della moneta, blocco dei depositi in dollari e loro conversione in valuta locale, a cui hanno fatto seguito delle proteste popolari talmente accese da causare non solo un alto numero di morti, ma pure la cacciata, nell’arco temporale di una settimana, del Presidente in carica (il radicale De la Rua) e del suo successore (il peronista Rodriguez Saa). Il terzo candidato (un altro peronista, Duhalde) è stato costretto a indire elezioni in brevissimo tempo, ma è riuscito a prendere due decisioni importanti: il rifiuto di pagare il debito e la promessa (mai mantenuta) di restituire ai risparmiatori i depositi bloccati nelle banche nella loro valuta originaria.

Le elezioni portarono alla ribalta Nestor Kirchner, già Governatore della provincia patagonica di Santa Cruz: un risultato dovuto più alla rinuncia del suo avversario (pare incredibile, ma si trattava di Carlos Menem, uno dei massimi responsabili della crisi appena scoppiata) che ai meriti personali. Le prime mosse del Governo di Kirchner furono atte a risollevare il Paese dalla crisi e quindi fu confermata la volontà di astenersi dal pagamento del debito. Un’amministrazione oculata, la contemporaneità della svalutazione (che rendeva l’Argentina altamente competitiva) e l’improvviso aumento dei prezzi del grano, e soprattutto della soia, furono la base sulla quale l’economia ha cominciato a risalire a ritmi da Paese asiatico.


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