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IL CASO/ Piatti (Avsi): non lasciamo ai burocrati l'"ultimo miglio" della cooperazione

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Favelas a Rio de Janeiro (InfoPhoto)  Favelas a Rio de Janeiro (InfoPhoto)

Benedetto XVI ha parlato di innata o nativa dignità di ogni essere umano, magari coperta dalla miseria, dalla malattia, o dalla fame. Se non si riscopre questa innata dignità che rende la persona protagonista, unica, di fronte al mistero del vivere, non può iniziare lo sviluppo. Per fare ciò, non serve dirigismo o statalismo a livello internazionale che pretende di risolvere tutti i problemi. Bisogna, invece, valorizzare le forme libere di associazione, di autorisoluzione dei problemi, le realtà che erogano servizi alla persona o di pubblica utilità. Tali realtà vanno valorizzate perché sono espressione del mistero dell’essere umano. La tendenza dell’attuale sistema di erogazione degli aiuti allo sviluppo attraverso il Budget Support - ossia il finanziamento diretto agli Stati - non consente il supporto di quelle organizzazioni della società civile che operano efficacemente sul campo da prima che lo Stato, così come viene oggi concepito, esistesse. 

Questo avviene in particolar modo nel continente africano. Un approccio sussidiario richiederebbe invece alla comunità internazionale di riconoscere la loro presenza come, appunto, quell’ultimo miglio necessario affinché la persona sia effettivamente origine e scopo dell’intera infrastruttura sociale. Come ricordato nella Caritas in Veritate, “il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell'assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno”.

Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte, citando don Orione, scrive: “Occorre una nuova fantasia della carità”. Provando ad esercitare così questa “fantasia”, la cooperazione allo sviluppo non potrà più essere segmentata fra i diversi ambiti e i diversi attori, ma dovrà essere una cooperazione di sistema in cui le istituzioni, il non profit, le imprese e la ricerca - nella distinzione dei ruoli - lavorino insieme. Questi sono i quattro pilastri che devono sostenere la piattaforma della cooperazione del terzo millennio. 

Se caliamo tutte queste considerazioni nella realtà italiana, ci imbattiamo subito con una legge che regola la materia della cooperazione italiana datata 1987 (legge 49/87). Parliamo di una legge fatta due anni prima della caduta del muro di Berlino. Da allora ad oggi il mondo è radicalmente cambiato. Nonostante molti tentativi di riforma, solo in questi giorni sembra essere in fase di discussione finale un disegno di legge di riforma. I relatori Mantica e Tonini sono due persone che sanno di cosa parlano e conoscono bene la materia e i passi di cui si parla. Viene da dire: speriamo sia la volta buona, e ci permettiamo di fare qualche considerazione sperando che si proceda senza indugio, evitando inutili polemiche.  



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