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IL CASO/ Piatti (Avsi): non lasciamo ai burocrati l'"ultimo miglio" della cooperazione

Favelas a Rio de Janeiro (InfoPhoto) Favelas a Rio de Janeiro (InfoPhoto)

La riforma incardina al ministero degli Esteri, come è istituzionalmente logico, le attività di cooperazione internazionale, esprime una figura politica di indirizzo attraverso un viceministro delegato dal ministro degli Esteri, e ristabilisce il ruolo di controllo e indirizzo del Parlamento. Ci sono alcune questioni che meritano una attenzione critica. La prima riguarda la istituenda “agenzia di cooperazione”, che finalmente rompe molti tabù all’interno della tecnocrazia dedicata. Tale agenzia deve però favorire la cooperazione di sistema e non essere attore diretto di azioni o attività, fatto salvo per situazioni di emergenza. In secondo luogo, tutto questo esercizio di riforma avrà poco senso senza adeguate risorse e un reale potere di coordinamento dei diversi centri di spesa sulla cooperazione internazionale, in primis quello del ministero dell’Economia e delle Finanze.  Da ultimo, questa riforma risulta carente nelle politiche di integrazione delle comunità straniere presenti in Italia, pur riconoscendole come un soggetto di cooperazione. 

Insomma, ci auguriamo che l’“agenzia” svolga il ruolo di facilitatore del Sistema Paese secondo una sana sussidiarietà, e non una tecnocrazia mascherata. 

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