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STRAGE AFGHANISTAN/ Jean: per fermare i talebani servirebbe una nuova dittatura

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E' di almeno ventitré persone uccise il numero delle vittime dell'attentato che ha colpito oggi una festa di nozze nella provincia di Samangan nel nord dell'Afghanistan. Vittima designata era certamente il deputato Ahmad Khan Samangani, di etnia uzbeka, figura molto nota nel Paese. E infatti Samangani è rimasto ucciso dal kamikaze che si è introdotto indisturbato nella festa di nozze facendosi poi esplodere. Un attentato che per una volta non prende di mira le forze militari occidentali, ma dimostra che la guerra interna fra fazioni ed etnie è sempre incandescente. "Non è la prima volta che accade un attentato di questo tipo" dice il generale Carlo Jean, contattato da IlSussidiario.net. "Ricordiamo la morte di Burhanuddin Rabbani, capo del consiglio di riconciliazione nazionale e capo importante dell'Alleanza del Nord. Era anche lui un capo uzbeko e capo della guerra contro i russi ai tempi dell'invasione sovietica". Un quadro, questo, che sembra dimostrare come i talebani siano in lotta contro tutti: "I talebani hanno negato la responsabilità dell'attentato di oggi, anche se è avvenuto secondo le classiche caratteristiche degli attentati suicidi dei talebani" spiega il generale Jean. "Teniamo conto poi che anche uzbeki e altre etnie si combattono fra di loro in Afghanistan e che anche all'interno dell'etnia uzbeka ci sono diversi clan in lotta fra di loro".

Le forze occidentali, almeno apparentemente, non si sono mai mischiate in questa guerra di fazioni preferendo concentrarsi nella lotta ai talebani. E' così? "Dal punto di vista politico l'occidente si è impegnato molto. Cito ad esempio il tentativo di fare un'assemblea nazionale finalizzata a trovare un compromesso fra le varie tribù, clan e signori della guerra. Signori della guerra che continuano da ormai trent'anni a combattere fra di loro". E quali prospettive sarebbero venute fuori per risolvere questa sanguinaria lotta interna? "Bisogna fare riferimento alla dichiarazione conclusiva della Conferenza di Tokyo tenuta a maggio sull'Afganistan in cui la comunità internazionale sostiene che cercherà di promuovere dei candidati capaci di ricevere una certa attenzione dalla massa della popolazione afgana rappresentata da una  assemblea dei capii tribù e degli anziani delle varie tribù". Questi clan ricordano un po' quanto accaduto in Libia dopo la caduta di Gheddafi, Paese oggi frazionato in tante etnie: "In Libia i vari clan hanno le proprie milizie e spesso sono divisi fra grosse tensioni interne. In Libia c'è la speranza che l'attuale grossa coalizione che rappresenta molte delle realtà libiche possa tenere il controllo della situazione. In Afghanistan siamo molto lontani da questo obiettivo". Appare chiaro, come spiega anche Jean, che in questi Paesi islamici l'unico modo per tenere in pace questi clan siano le dittature: "Ovvio, queste tensioni locali sono sempre state tenute calme da un regime che fosse in condizione di impiegare soldi e soldati per tenerli buoni". Una caratteristica tutta islamica questa della divisione fra clan? 



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