BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Esteri

LIBIA/ Saranno le tribù a salvare il Paese dagli islamisti?

Non tutte le primavere sono uguali. Dopo quarant'anni di regime gheddafiano, Tripoli si dimostra ancora una volta essere un'eccezione nel panorama arabo. L'analisi di MICHELA MERCURI

Foto: InfoPhotoFoto: InfoPhoto

In pochi fino a qualche settimana fa avrebbero scommesso sulla Libia, quello scatolone di sabbia destinato, secondo i più, a scenari futuri ben poco rosei in cui ipotesi di somalizzazione si mescolavano a più “ottimistiche” previsioni di divisioni regionali. Eppure le recenti elezioni nel Paese hanno riacceso l’interesse e le speranze della comunità internazionale sul “fanalino di coda della primavera araba”, quello, per intenderci, in cui più remote sembravano le prospettive di un cammino democratico. Chi avrebbe mai puntato un solo centesimo su un Paese che non hai mai avuto uno Stato, una costituzione e neppure un barlume di pluralismo politico, un Paese in cui il vero elemento unificante, la tribù, è per sua stessa natura sinonimo di divisione?

Eppure le elezioni ci sono state e, seppure tra qualche innegabile difficoltà, gli abitanti di Tripoli, Sirte, Misurata, Bengasi e di altre cittadine divise da chilometri e chilometri di deserto hanno affrontato quelle lunghe ed entusiastiche code di chi per la prima volta si prepara a far valere un diritto che, a differenza dei cittadini degli altri Stati della primavera araba, non si era mai trovato ad esercitare, neppure in modo del tutto simbolico e tra mille brogli elettorali. 

Al di là dell’inaspettato percorso libico verso le elezioni, però, quello che sembra aver stupito i più è il risultato che da queste è emerso: la sconfitta delle forze islamiste, in particolare del partito Giustizia e Costruzione dei Fratelli musulmani e di al-Wattan guidato dal salafita Abdel Hakim Belhaj, e la vittoria della Coalizione delle Forze Nazionali dell'ex premier del Consiglio nazionale di transizione Mahmoud Jibril che con un lavoro certosino, che tanto ci dice sulla sua abilità nel destreggiarsi nel complesso puzzle libico, è sapientemente riuscito a unire più di 50 partiti e svariate organizzazioni della società civile.

Ma questo risultato può essere considerato davvero così inaspettato e soprattutto segnerà realmente un nuovo inizio democratico per la Libia? In primo luogo bisogna ricordare, ancora una volta, che la primavera araba non è uguale per tutti e la Libia costituisce una sorta di eccezione nel prisma delle rivolte arabe e proprio le sue peculiarità storiche, sociali e politiche hanno fatto sì che il suo percorso fosse per molti aspetti diverso da quello degli altri protagonisti della stagione delle rivolte.

Una delle principali specificità libiche rispetto, ad esempio, all’Egitto e alla Tunisia che hanno visto la vittoria dei partiti islamici, sta proprio nel ruolo che l’islam per decenni ha rivestito in questi Paesi. In Libia, infatti, per l’islam politico non c’è mai stato spazio, neppure quello spazio angusto riservato, suo malgrado, da Mubarak agli “scomodi” Fratelli musulmani, che però ha permesso loro di radicarsi tra la popolazione e nel dibattito politico e di presentarsi alle elezioni in maniera organizzata. Con questo non si intende certo dire che oggi l’islam non sia presente in Libia, e anzi dopo la caduta del rais è riemerso nelle sue sfumature più radicali anche a causa della debolezza della sua componente moderata, ma certamente non può sostituirsi alla tribù come collante forte e capace di convogliare la fiducia e dunque il consenso della popolazione.