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IL CASO/ Il (difficile) cammino della Serbia verso l'Europa

Pubblicazione:domenica 29 luglio 2012

Foto: InfoPhoto Foto: InfoPhoto

Dacic, socialista, alleato di nazionalisti, non è stato accusato di alcun delitto all'Aja. Non sappiamo quanto condividesse della dittatura. I serbi hanno scelto la strada nazionalista a causa dell'umiliazione subita per la perdita del Kosovo, la cui autodeterminazione è tutta a spese della minoranza serba,che vive nel terrore. Il Kosovo e la Bosnia sono diventati, in nome dei diritti umani da difendere contro i serbi, degli stati semi totalitari-islamici nel cuore dell'Europa, con forti basi mafiose di narcotraffico e di schiavismo. E l'Europa, in particolare le potenze nordiche, hanno sempre visto male che i Balcani diventassero il cortile di casa dell'Italia, terra di commercio e di facile passaggio. Per questo i conflitti si alimentano, e non sono estranei a questo gli interessi e le intelligence britanniche e americane. Non è dietrologia, è una banale constatazione. Belgrado vorrebbe guardare all'Italia (la capitale è un inno al nostro Paese, nei negozi e nei circoli intellettuali), ma poi noi siamo stati capaci solo di delocalizzare grandi e soprattutto piccole imprese, con la segreta speranza che la Serbia non si avvicinasse troppo all'Europa o addirittura ci entrasse: altrimenti addio convenienza nell'esportare da lì in Russia (un mercato di quasi 200 milioni di consumatori). Corto respiro. La mediocrità si paga.

Il 30 luglio il ministro Terzi è a Belgrado. Il nostro governo, come il precedente Berlusconi-Frattini e a differenza di quello di Prodi-D'Alema) è amico della Serbia, la vuole in Europa, senza che questo pregiudichi i buoni rapporti con la Russia. Speriamo bene, speriamo in una fraternità dove non si scambiano solamente merci. 



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