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SIRIA/ I "giochi" di Assad per dare scacco a Mosca e Washington

Kofi Annan (InfoPhoto) Kofi Annan (InfoPhoto)

Singolare è poi il fatto che mentre gli attori internazionali – firmatari del Piano Annan, membri degli “Amici della Siria” o del “Gruppo d’azione” – continuano a sostenere che il dialogo politico sia l’unica via per risolvere la crisi interna, 

alcuni di essi (per esempio la Russia) continuano a fornire armi al regime, mentre altri armano l’opposizione. Il Qatar e l’Arabia Saudita in primis. E, inoltre, pochi giorni fa, l’eminente quotidiano statunitense, il New York Times, dava conto di agenti della Cia alla frontiera turco-siriana in procinto di consegnare armi a “scelti e fidati” combattenti della resistenza. 

A dimostrazione del fatto che non solo il conflitto interno non è oggettivamente più solo un “affare dei siriani”; ma anche a rendere più esplicita quella schizofrenica ambiguità che c’è nell’incentivare il dialogo politico tra due parti e nel frattempo militarizzare l’area del conflitto. Per non parlare delle sanzioni pesantissime che, sebbene volte a colpire i businessmen vicini ad Assad, hanno ormai distrutto l’economia siriana: un calo del 6,5% del Pil previsto per il 2012, svalutazione vertiginosa della moneta, inflazione alle stelle e disoccupazione che dilaga. 

Intanto nelle ultime settimane la situazione umanitaria sul terreno è precipitata vertiginosamente con il regime che rade al suolo le città sunnite dove si annidano i terroristi e i combattenti della resistenza che ammazzano famiglie alauite (solo perché lealiste), dissacrano le chiese dei cristiani (tendenzialmente rimasti fedeli al regime di Assad) e compiono attentati terroristici, come gli ultimi due che a Damasco hanno fatto esplodere prima la sede di una televisione e poi il Palazzo di Giustizia. 

È in questo quadro che la comunità internazionale vorrebbe incentivare la costituzione di un governo di transizione, che avvii subito riforme condivise e in cui − uno di fianco all’altro − siedano esponenti del vecchio regime e membri di dell’opposizione. Tutti, magari, presieduti dallo stesso Assad. Come se poi, dopo aver delegittimato al livello internazionale un leader politico, possa essere facile riammetterlo nei circuiti della diplomazia. Bashar, dal canto suo, ha già esplicitamente detto che “non accetterà soluzioni imposte dall’esterno” e non mostra nessuna intenzione di voler cedere il potere.

L’impasse della comunità internazionale è in realtà legata al fatto che il conflitto siriano ha raggiunto ormai una tale portata internazionale da rendere qualsiasi mossa unilaterale pericolosamente in grado di ripercuotersi sull’equilibrio di potenza tra gli attori globali. La Russia, in questo momento, sta mostrando una incredibile forza di leverage sull’Occidente, mentre Washington non intende stressare le relazioni con Mosca più di quanto già non lo siano (sul tavolo ci sono questioni assai sensibili, dallo scudo missilistico al nucleare iraniano).