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SIRIA/ I "giochi" di Assad per dare scacco a Mosca e Washington

Dopo la Conferenza di Ginevra del Gruppo d'azione per la Siria gli attori globali sembrano ancora scommettere sulla diplomazia. Ma il “come” è una domanda aperta. MARINA CALCULLI

Kofi Annan (InfoPhoto) Kofi Annan (InfoPhoto)

Nonostante i reiterati fallimenti della comunità internazionale non soltanto nel fermare – ma anche solo nel tamponare temporaneamente – il massacro che la guerra civile siriana sta producendo da oltre quindici mesi, la via diplomatica sembra ancora l’unico frangente in cui le azioni degli attori globali possano declinarsi. 

È questo lo spirito con cui è stata convocata il 30 giugno la Conferenza di Ginevra del “Gruppo d’Azione” per la Siria (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, i ministri di Iraq, Qatar, Kuwait e Turchia, i segretari generali di Onu e Lega Araba e l’Alto rappresentante per la politica estera europeo). Mancava l’Iran, che pure in un primo momento sembrava potesse sedere al tavolo svizzero ed essere coinvolto nel processo di pace. Alla fine, però, si è deciso di tenerlo fuori.

In apertura della conferenza Kofi Annan, attualmente delegato per la Siria e la Lega Araba,  ha detto perentorio che “un fallimento dell’accordo di quel giorno sarebbe stato giudicato duramente dalla Storia”. E alla fine, però, l’accordo c’è stato: un governo di transizione, riforme costituzionali ed elezioni libere. Nell’auspicato governo transitorio saranno coinvolti membri del regime attuale e tra le precondizioni non compare la richiesta di dimissioni a Bashar al-Assad. È questo l’ultimatum che il Gruppo d’azione ha mandato alle due parti del conflitto civile. 

Niente colpi di scena, dunque, per quanto le aspettative su questo summit fossero elevatissime. Anzi, a ben guardare, l’opzione di un governo transitorio che includesse personalità del vecchio regime e dell’opposizione era già uno dei punti cardine del piano di Kofi Annan. E quando quel piano era stato sottoscritto (a marzo di quest’anno) tutte le parti internazionali, incluse Russia e Cina, si erano trovate d’accordo. Per di più, l’intangibilità del raìs damasceno era stata già allora, un gran successo diplomatico per Mosca, principale alleata di Damasco.

L’accordo c’è, dunque, ma è anche evidente come la sua condicio sine qua sia l’ancoraggio inevitabile ai minimi termini della progettualità d’azione. Una formula che, come abbiamo detto, è stata già sperimentata nei mesi precedenti e che ha già dimostrato di non funzionare. Prima di tutto perché il dialogo politico presuppone necessariamente il rispetto del cessate il fuoco. Quest’ultimo, già entrato in vigore il 12 aprile scorso, non è mai stato rispettato da nessuna delle due parti (che pure l’avevano accettata formalmente). E le circostanze, finora, non fanno certo sperare in un cambiamento di strategia. Il livello delle violenze nell’ultimo mese è – anzi – aumentato vertiginosamente assieme al numero di vittime giornaliere. Mentre la missione di osservatori dell’Onu, che avrebbe dovuto vegliare su quella tregua, ha finito per essere sospesa dopo i numerosi attentati subiti (da mani non sempre ben identificate) e dopo aver ammesso l’incapacità sostanziale di fermare i massacri d’intere città, che in questi ultimi mesi si sono moltiplicati.