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SIRIA/ I "giochi" di Assad per dare scacco a Mosca e Washington

Kofi Annan (InfoPhoto) Kofi Annan (InfoPhoto)

È indicativo che neppure la reazione di Ankara all’abbattimento del Phantom F-4 turco da parte dell’aeronautica siriana (22 giugno), abbia prodotto un casus belli tale da sciogliere le riserve della Nato sull’opportunità di intervenire militarmente in Siria. D’altra parte, l’incidente del velivolo turco (intenzionale o involontario, a seconda che si legga la versione di Ankara o di Damasco) sarebbe stato comunque un pretesto assai meno fulgido rispetto agli oltre 13.000 morti (ufficiali) che la guerra civile ha già provocato. Questi, cioè, sarebbero stati di per sé sufficienti ad invocare quel famoso principio della “responsabilità di proteggere” che ha coronato la maggior parte delle missioni Nato dalla fine della Guerra Fredda (ultima quella in Libia).

L’Occidente ha, dunque, scelto armi “soft”, per dir così: il sostegno alla resistenza e alla creazione di una forza politica di opposizione (il Consiglio Nazionale Siriano, prima guidato da Burhan Ghalioun e poi da Abdel Basset Saida). Quest’ultima, tuttavia, creata all’esterno della Siria, senza alcuna aderenza con gli eventi interni e la sofferenza della popolazione siriana, oltre ad essere già erosa da giochi di potere, ha esplicitamente affermato di non voler accettare alcuna forma di dialogo con Bashar al-Assad. 

Le sanzioni economiche contro il regime – infine – ricordano tanto l’embargo che negli anni 90 colpì l’Iraq di Saddam Hussein, con il risultato che a soffrire e ad impoverirsi fu prima di tutto la popolazione civile. 

L’accordo di Ginevra, dunque, alla fine c’è stato, con buona pace di coloro che l’hanno sottoscritto. È tuttavia lecito domandarsi quanto le decisioni prese potranno avere un effetto risolutivo sulla guerra civile siriana. Prima di tutto sulla crisi umanitaria che di giorno in giorno diventa più grave. E questo di sicuro, prima o poi, la Storia lo giudicherà. 

 

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