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SIRIA/ Il dopo-Assad? Una Repubblica islamica che cercherà di espandersi

Pubblicazione:venerdì 10 agosto 2012

Aleppo (Siria): i ribelli distruggono le immagini di Bashar al-Assad (Infophoto) Aleppo (Siria): i ribelli distruggono le immagini di Bashar al-Assad (Infophoto)

I motivi sono diversi. Ci sono limiti militari; ci sono ragioni storiche – che troppo spesso i giornalisti ignorano, presi solo dagli avvenimenti dell'istante; ci sono infine cause geopolitiche ed economiche. E anche ostacoli diplomatici.

Vediamo di analizzarli. Dal punto di vista militare…
Lo scacchiere militare è complicatissimo. Si combatte casa per casa e in molte città: è una guerra urbana di cui non conosci le sorti e soprattutto non sai con chi ti schieri. Non si tratta di bombardare alcuni depositi o qualche colonna meccanizzata: nessuno si avventura in questo scenario.

Guardiamo alla storia…
Un dato storico importantissimo: la Siria è l’unico Paese non artificiale della zona. Giordania, Israele, Libano sono tutte nazioni sorte nel primo dopoguerra, dopo il 1922, volute dall’Occidente per i propri interessi. Cosa che agli arabi non è mai andata giù. L’unica vera nazione è la Siria, anzi la grande Siria che si estendeva dall’Afghanistan al Marocco. Questo ci dobbiamo ricordare. Ancora oggi, quando si discorre con un siriano, parla sempre della Grande Siria. E Damasco è tuttora considerata “la” città, la vera grande città. Da sempre capitale economica del Paese, da quando era un vitale snodo sulla via della seta. Pertanto chiunque uscirà vincitore da questa guerra civile, non vorrà perdere pezzi di territorio. Altro che balcanizzazione della Siria, chi avrà il potere cercherà di prendersi anche il Libano!

Qui entriamo nei problemi geopolitici…
Un concetto deve essere chiaro: la situazione siriana va affrontato con strumenti e metodi geopolitici, non applicando le teorie dei rapporti internazionali. Le dinamiche sono territoriali. Non si comprende niente se non si tiene conto della primordialità del luogo. È la mezzaluna fertile che viene contesa, non certo i deserti dell’Arabia, non questione di petrolio. E non è neanche una questione religiosa, anche se è più facile contrabbandarla per tale nei tg serali.

Non rimane che individuare gli ostacoli diplomatici…


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