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IL CASO/ 2. Una prigione senza guardie dove i detenuti hanno la chiave della cella

La scritta La scritta "Qui entra l'uomo, il reato resta fuori"

Un detenuto, condannato a 50 anni, in 24 anni è evaso per ben 12 volte. Una volta ha scavato un tunnel, un’altra è ricorso alle armi, ha corrotto le guardie, in pratica le ha tentate tutte. A un certo punto noi magistrati abbiamo scommesso sulla sua libertà, e lo abbiamo inserito nel sistema Apac consegnandogli la chiave del portone del carcere. In nove anni non è mai uscito una sola volta senza permesso, ed è morto quando gli mancavano quattro anni alla scarcerazione. L’ultima volta che lo ho incontrato mi ha detto: “Quando avrò finito di scontare la pena, voglio continuare a lavorare qui per costruire anche per tutti gli altri ciò che ho visto per me”. Gli ho chiesto: “Perché sei scappato tante volte, e ora che hai le chiavi non lo hai più fatto?”. “Dall’amore non si fugge”, mi ha risposto. In 24 anni nessuno lo aveva trattato come un uomo, quando ha trovato qualcuno con questa attenzione nei suoi confronti ha cambiato completamente atteggiamento.

 

Offrite questa opportunità a tutti i tipi di detenuti, inclusi quelli che hanno commesso i reati più gravi?

 

Il sistema Apac riguarda tutti i tipi di crimine e tutti i tipi di criminali. Oggi sono coinvolti 2mila carcerati, in penitenziari da 140-150 persone l’uno. Il 30% sta scontando pene tra gli otto e i 50 anni per reati come traffico di droga, rapina a mano armata e altri delitti gravi.

 

Come fate a decidere a quali detenuti dare fiducia?

 

La fiducia è data a tutti, non esiste una regola, ed è proprio questa la cartina di tornasole del successo del nostro progetto. All’ingresso di una delle carceri in cui applichiamo il sistema Apac c’è scritto: “Qui entra l’uomo e il reato rimane fuori”. Su 500 detenuti con cui mi sono coinvolto, conosco il delitto commesso soltanto in due casi.

 

Come si spiega che dando le chiavi delle celle i carcerati fuggono di meno?