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Esteri

GIORNALISTA UCCISA IN SIRIA/ Biloslavo: dopo l'11 settembre la scritta "press" è un "bersaglio"

foto Infophotofoto Infophoto

Non penso che un'inviata così esperta si sia volontariamente avvicinata, anche se tutto è possibile in circostanze simili. E’ il tipo di combattimento che si sta consumando sul territorio siriano: ho visto alcune immagini degli scontri a Salah ad Din e ci si confronta non dico all'arma bianca, ma con le bombe a mano e, quindi, a distanza molto ravvicinata. Addirittura, i ribelli perforano i muri delle abitazioni per passare da una casa all'altra per evitare di passare per strade e vicoli dove sarebbe inevitabile essere uccisi a bruciapelo dai cecchini appostati ovunque. In un caso del genere, è molto difficile stabilire se chi ha sparato si sia reso conto che il bersaglio era un reporter: in questo tipo di combattimenti, prima si spara al bersaglio e solo dopo si verifica chi si è centrato. In ogni caso, anche la scritta “press” sul giubbotto anti-proiettile non è un deterrente per i cecchini. Anzi.

 

E' in circolazione un video in cui viene mostrato un collega della giornalista uccisa che abbraccia la salma della collega in un pianto disperato. Qual è l'empatia che si crea fra inviati di guerra impegnati su uno stesso fronte?

 

Pare che il collega fosse della stessa nazionalità della Yamamoto se non addirittura della stessa agenzia. Anche se devo dire che durante i conflitti vengono abbattuti i confini di nazionalità o di appartenenza a diverse testate: si crea una sorta di fratellanza, di “band of brothers” anche se ci si è conosciuti sul posto. Si rischia insieme la vita ogni giorno: gomito a gomito con altri colleghi, si sentono fischiare i proiettili o il sibilo delle granate o, ancora, il calore incandescente dei colpi di mortaio mentre scoppiano. E' inevitabile diventare fratelli e una perdita di un collega così vicino può segnare per tutta la vita. Probabilmente quel collega si è posto un milione di “se” e di “ma” che avrebbero potuto impedire la tragedia: un senso di responsabilità che aggredisce chi lavora fianco a fianco e rischia la vita ogni minuto.

 

Un avvertimento di un collega avrebbe davvero potuto cambiare il destino di quella giornalista?

 

In realtà, non è così. Solitamente, quando capitano queste disgrazie, c'è sempre un errore. Uno solo che può risultare fatale. Anche per il più esperto degli inviati. Ad esempio, ho visto nel video che citavamo prima che la reporter indossava pantaloni mimetici, il che a mio parere non è una grande idea. Significa trasformarsi in una specie di donna in uniforme e mi stupisce che ciò sia stato fatto da un'inviata tutt'altro che alle prime armi: è sempre meglio distinguersi e mai camuffarsi. D'altra parte, non è nemmeno il caso di indossare indumenti marchiati con la scritta “press”.

 

Qual è stato il momento più tragico nella sua esperienza di inviato di guerra?