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GIORNALISTA UCCISA IN SIRIA/ Biloslavo: dopo l'11 settembre la scritta "press" è un "bersaglio"

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Sono stati moltissimi. In Afghanistan, io e alcuni colleghi siamo finiti nella mani dei talebani, e in un’occasione un muretto di fango mi ha salvato dallo scoppio di una granata. Fortunatamente, ho sentito solo il propagarsi di un fortissimo calore dovuto all'esplosione. Oppure, durante le tante battaglie in Iraq o in Africa, in Rwanda, quando ho percepito l'inconfondibile sibilo dei proiettili che ti passano a pochi centimetri. In questi casi, la prima cosa che pensi è che il pezzo migliore è quello di portare la pelle a casa.

 

Attualmente, su quale fronte vorrebbe lavorare?

 

In Siria, naturalmente. Spero di andarci il prima possibile, anche se non so se in questo contesto di estremo rischio, sia davvero possibile raccontare cosa accade: la situazione è talmente pericolosa che devi prima badare a portare a casa la pelle piuttosto che pensare a scrivere. Sarebbe interessante, soprattutto raccontare Aleppo da un punto di vista inedito, quello del regime di Al Assad che ha tutto l'interesse a non far entrare alcun giornalista nella parte difesa dai governativi.

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