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GIORNALISTA UCCISA IN SIRIA/ Biloslavo: dopo l'11 settembre la scritta "press" è un "bersaglio"

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SIRIA, UCCISA LA GIORNALISTA GIAPPONESE MIKA YAMAMOTO Sono due i reporter uccisi durante i duri scontri ad Aleppo. Si tratta di un reporter turco e l'inviata della piccola agenzia di stampa indipendente “Japan Press” Mika Yamamoto. La giornalista quarantacinquenne era una reporter esperta già presente sul fronte afghano e iracheno, dove riuscì a scampare miracolosamente al bombardamento dell'Hotel Palestine, sede della stampa estera inviata nel paese, nel 2003. Quel reportage le valse un prestigioso premio giornalistico in patria. Secondo un collega che l'accompagnava nella missione, la donna è stata colpita da una pallottola vagante durante un conflitto a fuoco fra soldati e ribelli. La dinamica, però, non è ancora del tutto chiara. “La Siria rappresenta il tipo di conflitto peggiore, la guerra civile. Come è stato per certi versi in Bosnia, in Iraq e in parte in Afghanistan, si tratta di lotte tutti contro tutti in cui i livelli di rischio per la stampa sono altissimi” dice a ilsussidiario.net Fausto Biloslavo, giornalista e inviato di guerra in moltissimi fronti caldi come Afghanistan, Iraq, Bosnia e Kosovo.

 

Crede che il grado di pericolosità sia destinato a crescere?

 

Certo, aumenterà sempre di più. Soprattutto dopo i fatti dell'11 settembre, i giornalisti sono stati sempre più considerati amici da alcune parti che partecipano al conflitto e nemici da altre. In Iraq era considerato nemico l'inviato che aveva in tasca un passaporto della Nato: a testimoniare tutto ciò i frequenti rapimenti di occidentali che hanno seguito quella guerra. In Siria è il contrario. I giornalisti sono considerati nemici dal regime di Bashar Al Assad ma non dai ribelli.

 

Il fatto che si combatta in grandi città come, ad esempio, Aleppo rende più pericoloso il fronte?

 

Aleppo può essere considerata la “Milano siriana” e si combatte una guerra senza quartiere “casa per casa”. Ho parlato con un fotografo italiano, che è stato il primo ad entrare proprio ad Aleppo, nel quartiere di Salah ad Din teatro degli scontri più sanguinosi, e mi ha riferito che non esiste in città un posto sicuro. Il livello di pericolosità era talmente elevato che si contavano quante granate piombavano ogni minuto. E' chiaro che in una situazione del genere, anche se sei esperto come poteva essere la giornalista giapponese uccisa, il rischio è altissimo. Purtroppo, anche se nessun pezzo vale la tua vita, puoi restarci.

 

A proposito di questo: sembra che gli spari che hanno colpito la reporter giapponese siano avvenuti ad una distanza molto ravvicinata, 20 o 30 metri. Perché rischiare così tanto?



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