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PAKISTAN/ D'Agostino: il problema dell'islam? Non conosce la fraternità cristiana

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La famigerata e ormai tristemente nota legge sulla blasfemia, in Pakistan, non arretra di fronte a niente e a nessuno. A fare le spese dei folli precetti in essa contenuti, questa volta, è stata una bambina di soli 11 anni. La piccola, Rimsha Masih, avrebbe bruciato alcune pagine del Noorani Qaida, il manuale per imparare a leggere il Corano. Dopo essere stata arrestata nei pressi del villaggio di Mehrabadi, alle porte di Islamabad, è stata condotta nel carcere minorile di Rawalpindi; la magistratura ha disposto un provvedimento di custodia cautelare di 14 giorni al termine dei quali sarà processata e, con ogni probabilità, incriminata per blasfemia, reato per il quale si rischia dall’ergastolo alla pena di morte. Francesco D’Agostino, professore di Filosofia del diritto all'Università di Roma Tor Vergata, ci aiuta a comprendere meglio le radici delle leggi islamiche e perché ammettano simili atrocità.

Com'è possibile che uno Stato disponga di leggi del genere?

Ad oggi, ancora non ha avuto luogo un’unificazione giuridica dell’umanità sotto il segno di alcuni principi fondamentali quali l’esenzione dalla responsabilità penale per i bambini e per gli incapaci, o quello in virtù del quale il processo deve essere sempre giusto e ai diritti della difesa va dato il massimo spazio. Questi, infatti, sono principi tipicamente occidentali che non sempre sono entrati a far parte delle altre culture. Men che meno di quella islamica, ove non esiste una vera e propria distinzione tra diritto e religione e, spesso, neppure tra identità nazionale e religiosa.

Quali conseguenze ne discendono?

Se si considera che il Pakistan si è separato dall’India proprio per rivendicare la propria specificità religiosa, capiamo perché nel Paese esistano norme e pratiche sociali volte a garantire al massimo i valori dell’islam. In altre parole, possiamo e, probabilmente, dobbiamo continuare a batterci perché questi Paesi adottino moduli giuridici occidentali; tuttavia, non possiamo illuderci che questo possa avvenire in tempi brevi. D’altronde, per l’islam, cedere a queste pressioni, significherebbe cedere parte della propria tradizione religiosa.

Se tale tradizione, per accettare alcuni diritti fondamentali, deve rinunciare a parte di sé, non significa forse che, allora, non li contempla affatto al suo interno?

Sicuramente è così. Per onestà intellettuale, tuttavia, occorre riconoscere che la tradizione dei diritti umani è un processo storico che ci ha messo un’infinità di tempo per essere pienamente recepito, anche in occidente. Anche in occidente, infatti, sono stati usati per centinaia di anni strumenti penalmente coercitivi, per esempio, contro l’eresia.

In ogni caso, qual è stato il contributo del cristianesimo al diritto occidentale?

Nel diritto romano, la categoria giuridica fondamentale era quella che distingueva i liberi dagli schiavi. Il cristianesimo fece saltare questa distinzione. Non tanto eliminandola, all’inizio, definitivamente, quanto trasformando una distinzione originariamente ontologica in una sorta di mera subordinazione sociale.

Su cosa si è fondata tale eliminazione?


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