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SIRIA/ Jean: rischi e conseguenze di un intervento militare Usa

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No, assolutamente. Gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di intervenire e credo che Obama abbia fatto questa dichiarazione anche perché ultimamente è stato spesso accusato, in particolare dal suo diretto avversario elettorale Romney, di aver assunto una linea troppo morbida nei confronti degli eccidi e dell’emergenza umanitaria in Siria.

Come giudica invece le dichiarazioni del ministro degli Esteri russo, secondo cui le potenze straniere “devono solo creare le condizioni per l'apertura di un dialogo” tra le parti in Siria, senza “ingerenze esterne”?

Un’affermazione di questo tipo non mi convince affatto, anche perché se si parla di “apertura di un dialogo” in sostanza si sta chiedendo di lasciare che la guerra civile faccia il suo corso.

Il presidente americano Obama ha anche definito "improbabile" un'uscita di scena "morbida per Assad". E’ vero?

Assad in questo momento sta lottando per la vita, la sua e quella degli alawiti, spesso minacciati di genocidio. Proprio per questo, nel caso in cui dovesse uscire vincitore l’esercito della Siria libera, nessuno sarebbe in condizione di assicurare la loro sopravvivenza e, molto verosimilmente, cercheranno di ripiegare verso la loro roccaforte naturale di Latakia, protetta a est dalle montagne.

Damasco si dice pronta a discutere delle dimissioni di Assad nel quadro di un processo di dialogo nazionale. Cosa ne pensa?

Credo che una dichiarazione di questo tipo non cambi minimamente lo scenario complessivo. In passato Assad ha sempre proposto un dialogo con gli insorti, purché questo non comportasse come precondizione le sue dimissioni. Quindi, anche in questo caso, a un eventuale negoziato aperto dovrà inevitabilmente partecipare anche Assad, con la conseguenza che non si arriverà ad alcuna soluzione. A mio avviso si tratta dunque di una semplice tattica in linea con le dichiarazioni russe e cinesi.

 

(Claudio Perlini)    



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