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AFGHANISTAN/ Castagnetti: l'attacco all'Italia? Abbiamo un'arma che non piace ai talebani

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Foto: InfoPhoto  Foto: InfoPhoto

Bisognava saperlo prima di andarci che l’Afganistan era un posto pericoloso, terribile, e - cosa che nessuno ha fatto - andava spiegato chiaramente ai nostri concittadini quanto serio sarebbe stato l’impegno in Afghanistan.

Cosa intende con queste parole?
Intendo che, nonostante la ricostruzione delle forze armate afgane stia procedendo bene, si intensificano pericoli che io avevo sempre temuto.

Quali pericoli?
Quello delle infiltrazioni, ad esempio, ossia che i talebani riuscissero a infiltrarsi nelle forze. In passato ciò non si era verificato perché i giovani che si arruolavano erano scelti dai capi villaggio che stavano ben attenti a evitare i terroristi. Ultimamente però – e ne siamo stati vittime anche noi italiani - ci sono stati esempi di fuoco amico da parte di infiltrati, ed è una cosa gravissima.

È dunque impossibile controllare in modo completo il territorio?
Di fatto, si procede a due velocità nella costituzione e nell’addestramento delle forze di sicurezza. Da una parte c’è l’esercito dove il lavoro dei nostri addestratori sta dando degli ottimi risultati, dall’altra c’è la polizia, dove la ricostruzione della struttura procede a rilento soprattutto perché in Afghanistan il poliziotto non è visto come il garante della giustizia. In quel Paese la figura del capovillaggio racchiude in sé ogni potere: il capovillaggio è tutto, è anche il giudice, da sempre. Per cambiare la cultura di un Paese occorrono secoli. Ecco perché non è così facile creare una struttura “statale” che eserciti questa funzione. L’importante, in questo momento, è dunque che cresca l’esercito perché, al contrario del poliziotto, il soldato in Afghanistan è rispettato.

In questo scenario, qual è la situazione dei nostri soldati in Afghanistan oggi?
Nonostante non lo si dica in giro, i nostri soldati sono molto più professionali e acculturati dei militari di altri Paesi, in primis gli americani. Poi, forse perché hanno nel loro dna quello dei nostri migranti, riescono a dialogare e integrarsi con tutti. Con fare un po’ sprezzante qualcuno ha definito quella dei nostri militari “la politica delle chiacchiere”, ma alla fine è quella che dà i risultati. È un fatto culturale: a un nostro soldato non verrebbe mai in mente di bruciare il Corano o di urinare sui cadaveri degli avversari.

Un giudizio complessivo positivo dunque il suo, dopo tanti anni di missione e alla vigilia del rientro dei militari italiani…



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