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AFGHANISTAN/ Castagnetti: l'attacco all'Italia? Abbiamo un'arma che non piace ai talebani

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Foto: InfoPhoto  Foto: InfoPhoto

Il giudizio è molto positivo e non lo dico perché sono stato capo di Stato maggiore. Noi abbiamo svolto benissimo i compiti che ci sono stati affidati. Siamo anche stati abbastanza fortunati perché ci siamo trovati in territori confinanti con l’Iran, che è un dato positivo. Herat infatti è la zona più tranquilla del Paese e più sviluppata economicamente, anche grazie ai guadagni degli afghani che vanno a lavorare in territorio iraniano. Poi noi italiani siamo particolarmente bravi: è così. In queste operazioni che io non chiamo “di sostegno alla pace”, perché se c’è da sparare sparano anche i nostri soldati, ma che non sono neanche di guerra perché noi non siamo lì per occupare un territorio ma per aiutare la popolazione, ebbene in questo contesto il soldato italiano è il più bravo in assoluto. Noi riusciamo a pacificare le aree che ci vengono affidate. Quando siamo andati via, la provincia di Nassirya era l’area più pacificata dell’Iraq e ora in Afghanistan l’area più pacificata è quella di Herat.

I nostri militari sono bravi, ma anche tra loro ci sono feriti e morti...
Dove va un soldato c’è la morte, è naturale. E poi il nostro essere bravi può essere, per certi aspetti, anche un punto debole perché il terrorista può sfruttare la nostra capacità di dialogo con la gente per mettere a segno degli attacchi.

 

In questo contesto è ormai imminente il ritiro delle forze occidentali: lei crede che, una volta che ce ne saremo andati, i talebani prenderanno il sopravvento?
Questo non lo sappiamo con certezza, ma il rischio c’è. Questa è una missione che costa molto e richiede tempi lunghissimi. E poi c’è un’altra considerazione che ho sempre fatto ma che non ho mai visto comparire sui giornali: la comunità internazionale in questi anni non ha agito in modo intelligente ed è troppo sparpagliata, insomma non c’è uno che comanda e stabilisce delle priorità.

E quali sono queste priorità?
La priorità assoluta in Afghanistan non era affrontare la riforma della giustizia, sprecando denaro pubblico, ma era costruire l’esercito, cosa che è stata fatta, e quindi strade, dighe e centrali elettriche. Nient’altro. E io avrei messe in secondo piano anche le scuole.

Come motiva queste sue indicazioni?
Questo è il programma di un Paese che non compare mai sui giornali, l’India. L’India costruisce solo strade e dighe. Ed è quello che andava fatto perché là dove non c’è la strada non si può sviluppare nulla. Se al contadino si costruisce la strada, adesso va a piedi, poi andrà in bicicletta, poi in moto e fra cinque anni in pick up. Lo stesso discorso per quanto riguarda la droga. Non basta distruggere i campi di papaveri perché così si uccidono i contadini. Da secoli per loro la coltivazione del papavero è l’unica forma di agricoltura perché ha bisogno di pochissima acqua. Se oggi costruiamo dighe, fra anni il contadino coltiverà il frumento invece del papavero. La comunità internazionale non ha però fatto questo forzo comune e potente in questa direzione. Il comandante unico non doveva essere per forza un generale, andava bene anche un ambasciatore o un ex ministro. Ora invece la situazione è questa che vediamo: una impresa titanica. I soldati americani morti sono stati 2mila, noi ne abbiamo persi una quarantina e i cittadini non capiscono perché. L’Afganistan è un Paese che andava spiegato.

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