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IL CASO/ Meluzzi: cari giudici tedeschi, un foro per l’orecchino non è come l’infibulazione

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Fare il classico buco nell’orecchio ad una bambina per metterle gli orecchini è assimilabile a un sopruso? Per i giudici di Berlino, potrebbe esserlo. Due genitori delle capitale tedesca rischiano una condanna per aver fatto bucare i lobi della loro bimba di tre anni, rimasta vittima di stress post traumatico in seguito all’intervento che, d’altro canto, le ha pure provocato un’infezione. Per quest’ultimo motivo, erano stati gli stessi genitori a denunciare il tatuatore e, ora, si vedono indagati. Lo stesso Parlamento potrebbe pronunciarsi sulla questione e stabiliere che la pratica, se effettuata sui minori, rappresenta una violenza. «La questione è più delicata di quanto possa sembrare perché afferisce ad un bene non fruibile da terzi, ovvero l’integrità del corpo; essa, tuttavia, dev'essere contestualizzata all’interno della cultura di appartenenza», afferma, raggiunto da ilSussidiario.net lo psichiatra Alessandro Meluzzi. «Per intenderci: il comma uno di qualunque legge dovrebbe essere il buon senso. Occorrerebbe, cioè, discernere caso per caso, cultura per cultura, situazione per situazione. Ci sono, infatti, popoli della terra che tradizionalmente usano la modificazione della struttura del corpo come segno di appartenenza ad un clan o ad una tribù. Pensiamo alla scarificazioni rituali di alcune popolazioni della costa d’Avorio». Secondo Meluzzi, questo modo di procedere nel giudicare è spesso inficiato dai connotati stessi della cultura dominante: «Quando tutto questo entra in rotta di collisione con l’unica cultura veramente globale, quella del politicamente corretto, tutto diventa non più analizzabile nelle sue concrete determinazioni, ma astratto. E, ovviamente, il problema non può essere affrontato nei termini: “interventi sul corpo sì, interventi sul corpo no”». E, in effetti, sempre in Germania, da tempo, alcuni giudici si stanno interrogando sulla legittimità della circoncisione a scopi religiosi. E, i paragoni – del tutto impropri con l’infibulazione – non vengono risparmiati. «Mentre la prima sembra appartenere al dominio dell’incontestabile e del non discutibile, con implicazione legate alla salute percepite come benefiche -precisa Meluzzi -, un intervento sul corpo delle bambine come l’infibulazione appare del tutto intollerabile». La differenza è evidente:  «Essa, infatti, appartiene al campo delle mutilazioni e nega alla donna una aspetto fondamentale della sua natura, il piacere; seppur tale pratica viene praticata come segnale di totale accettazione della donna in quanto vergine e rappresenta un segno di spendibilità sul piano matrimoniale, si tratta di una violenza vera e propria».  



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