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Esteri

ELEZIONI SOMALIA/ Touadi: l'Italia non può rimanere spettatrice di questa piccola vittoria

L’elezione di Hassan Sheikh Mahamud in Somalia rappresenta una svolta epocale nella lunghissima e sanguinosa transizione somala. Ce ne parla JEAN LÉONARD TOUADI

Foto: InfoPhotoFoto: InfoPhoto

L’elezione di Hassan Sheikh Mahamud in Somalia la settimana scorsa rappresenta una svolta epocale nella lunghissima e sanguinosa transizione somala. La road Map tracciata dalle varie conferenze internazionali (quelle di Istanbul e Londra soprattutto) ha segnato un punto fondamentale nella marcia verso l’auspicata normalizzazione della Somalia e di tutta l’area del Corno d’Africa. Una vittoria della società somala, prima di tutto, e delle forze di cambiamento e di rinnovamento che non sono mai riusciti, nel corso degli ultimi decenni, ad avere il sopravvento sui “signori della guerra” e sugli integralisti di ogni risma che hanno trovato nel ventre molle del Golfo di Aden un terreno fertile. Il nuovo presidente, eletto con 190 voti, ha sconfitto il suo rivale e presidente in carica Sheikh Ahmed. Ma la sconfitta più significativa è quella inflitta ai “mandarini” di Mogadiscio, quei famigerati “ war lords” (signori della guerra) corrotti e dediti ai mille traffici illeciti che vanno dalla compravendita delle armi, al traffico della droga, al controllo e commercializzazione degli aiuti internazionali fino ai rapimenti di equipaggi di navi privati occidentali a fini di estorsione. I “mandarini” di Mogadiscio hanno sempre condizionato e fatto naufragare ogni tentativo di normalizzazione del paese preferendo piccoli compromessi destinati a lasciare in vigore lo status quo degli affari loschi e dell’anarchia. L’altra sconfitta di questa elezione è quella subita dalle milizie Al Shabaab, espulsi da Mogadiscio ma ancora molto presenti nella gran parte delle aree rurali della Somalia. Queste milizie sono, forse, la sfida più insidiosa del nuovo potere. A causa non solo del controllo militare di larga parte del territorio, ma per via della loro determinazione a non considerare la partita chiusa potendo contare sulle ramificazioni, le complicità e le forniture in armi e denaro proveniente dalla galassia globale jihadista. Non a casa all’indomani dell’elezione del nuovo presidente, le milizie Al Shabaab hanno fatto sentire in maniera violentissima con l’attentato all’Hotel Jazeera Palace dove il nuovo uomo forte stava incontrando il ministro degli Esteri del Kenya Sam Ongeri. Un messaggio inquietante da non sottovalutare. Perché tentare di uccidere un presidente appena eletto ha voluto dire soffocare sul nascere qualunque barlume di speranza a Mogadiscio. Quello dell’hotel Jazeera è una bomba contro la stabilità possibile.

Il nuovo presidente ha ribadito la sua determinazione a portare avanti il ritorno della Somalia nella normalità. Un’aspirazione condivisa da tutti i somali dell’interno e della diaspora. Uomo della società civile, appartenente al partito “Harakat al – islah”, partito islamico della “Fratellanza musulmano”, Hassan Sheikh Mohamud ha sempre privilegiato il lavoro sociale, l’impegno nella formazione universitaria e la gestione dei numerosi progetti umanitari in stretta collaborazione con gli organismi internazionali. Le prossime mosse politiche sono attese in Somalia e nella comunità internazionale per misurare la capacità di questo personaggio di essere all’altezza delle speranze che la sua elezione ha suscitato. Fondamentale a questo riguardo la scadenza di fine mese quando tutti gli attori nazionali e internazionali si riuniranno in una nuovo conferenza per esaminare i punti ancora non applicati della road map e altri nodi cruciali che riguardano la formazione di un nuovo governo; lo sforzo per allargare il controllo dello stato nel resto del territorio somalo ancora in mano alle milizie; il rilancio dell’attività e economica e delle infrastrutture di base nella capitale e altrove; il ripristino dell’amministrazione in tutte le sue articolazione e la costituzione di un esercito nazionale che, piano piano, sia in grado di sostituirsi al controllo selvagge del territorio da parte delle milizie personali. Vaste programme! Verrebbe da dire per un paese diventato nei decenni l’emblema dei “failing state” diventato un porto franco per tutti i terroristi e tutti i traffici. Bisogna ripristinare urgentemente l’autorità dello stato e superare gli aspetti più deleteri dell’economia di guerra che ha caratterizzato la Somalia dalla caduta di Siad Barre nel 1992.