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LIBIA/ "L’errore" americano che mette nei guai l’Occidente

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Da questo punto di vista, va ricordato che il popolo libico il 7 luglio si è recato alle urne per eleggere i proprio rappresentanti, un passo importante certo, ma più nella forma che nella sostanza se si pensa che già pochi giorni dopo l’insediamento alcune delle principali aree della Libia sono state sconvolte da una serie di attacchi di gruppi salafiti contro gli “eretici” sufi e da altri attentati che hanno gettato nel caos un Paese già allo sbando. Emblematico il fatto che il Ministro dell’interno libico, Fawzi Abdelali, neppure due mesi dopo le elezioni abbia presentato le dimissioni per protestare contro le critiche all’inefficacia delle misure di sicurezza messe in atto nel Paese.

Un Paese, giova ancora ricordarlo, diviso e senza alcuno stato di diritto, in cui gruppi armati composti anche da fazioni jihadiste ne controllano ancora aree nevralgiche e contro cui l’autorità centrale, quella eletta dalla maggioranza dei libici per intenderci, ha dimostrato la più totale incapacità di controllo e gestione.

Con queste premesse è solo una magra consolazione vedere che una parte della popolazione è scesa in piazza per manifestare la sua condanna dell’attentato, forse nella consapevolezza che senza l’intervento della Nato Gheddafi sarebbe ancora al potere. E sempre quella stessa popolazione sta cercando di rimettere in moto la propria economia cosciente, forse, di aver bisogno anche dei “vecchi” partner occidentali per restare in piedi.

Davanti a questo scenario, se è pur vero che il Medio Oriente, o per lo meno quella parte che ha vissuto le rivolte arabe, sembra vivere oggi il tempo dalle manifestazioni di piazza piuttosto che quello degli attentati terroristici, è anche realistico affermare che fintanto che i leader designati dalla popolazione non si dimostreranno in grado di rappresentarne davvero le istanze, anche le aspirazioni di quella parte pacifica rischiano di restare schiacciate sotto il peso dei gruppi estremistici e davanti a questo stato di cose a ben poco serviranno le pubbliche scuse dei governanti al potere.

Ora che il vento delle primavere sembra soffiare “in direzione ostinata a contraria” rispetto alle speranze di chi fin qui è stato più o meno spettatore del cambiamento, è necessario, per lo meno per quanto riguarda il caos libico, prendere atto che forse la strategia americana del lead from behind (letteralmente “guida da dietro”) si è dimostrata poco incisiva, o forse troppo fiduciosa della capacità dei libici di creare da soli il proprio Paese, e da qui ripartire per evitare che dal seme delle rivolte arabe possa germogliare un sistema peggiore di quello a fatica estirpato.



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