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LIBIA/ "L’errore" americano che mette nei guai l’Occidente

Pubblicazione:lunedì 17 settembre 2012

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Da qualche giorno il mondo occidentale sembra, suo malgrado, essere entrato in quella che oggi chiamare “primavera” araba sembra quasi inopportuno. L’ondata di attentanti e di violente proteste che si sono estese a macchia d’olio in alcuni paesi arabi contro le ambasciate e i consolati americani, e più generale contro l’Occidente e i suoi simboli, non può che creare un certo sgomento in chi aveva sottolineato come, in linea di massima, proprio quell’Occidente che ora è “sotto attacco” fosse stato assente dalle piazze arabe in rivolta, assente come modello ma soprattutto, finalmente, assente come bersaglio.

Le rivoluzioni sono state volute e spesso combattute dai diretti interessati, e questo può essere considerato un vero e proprio risveglio arabo. Ma se da un lato ciò ha rafforzato la consapevolezza nei popoli arabi di poter scegliere il proprio destino, dall’altro ci ricorda che la credibilità e gli esiti di “quelle” rivolte sono nelle “loro” mani, nelle mani di chi ha scelto come e da chi essere governato e nelle mani di chi, scendendo nelle piazze, ha chiesto di essere artefice e responsabile del proprio futuro. Ed è proprio da qui che bisogna partire per comprendere cosa sta accadendo nel mondo arabo, e più nello specifico nella Libia, Paese da cui è partita l’ondata di violenze che sembra avere steso un velo scuro sulle prospettive di dialogo tra Occidente e mondo arabo.

Da questo punto di vista non è tanto importante capire se il tanto discusso film Innocence of muslim, che è costato la vita all’ambasciatore Chris Stevens e ad altri tre funzionari del governo americano, sia stato un pretesto o la reale motivazione degli attentati in Libia, quanto piuttosto ipotizzare quali potrebbero essere i risvolti più immediati di questa nuova e per molti versi inaspettata furia contro il “nemico americano”.

Per cercare di fornire una risposta è in primo luogo necessario tenere in considerazione alcuni fattori importanti, utili a comprendere il “caso libico”, ma, seppure con le dovute differenziazioni, anche ciò che sta accadendo in altri paesi della regione come Egitto, Tunisia Yemen, anch’essi scenari di violente proteste: il ruolo e la reale forza rappresentativa dei governanti, questa volta legittimamente scelti dai cittadini, le effettive attitudini e aspirazioni della popolazione e, infine, l’autorevolezza e lo spazio che i gruppi estremistici ricoprono nel Paese.


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