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Esteri

TUNISIA/ Ecco cosa si nasconde alle radici della violenza

GIACOMO FIASCHI torna a parlare della rabbia esplosa lo scorso venerdì in Tunisia e non solo, chiedendosi: a chi giova tutto ciò? Cosa si nasconde dietro una simile reazione?

Foto: InfoPhotoFoto: InfoPhoto

Venerdi 14 settembre, in Tunisia, così come nel resto dei paesi arabi, si è celebrato il rito della collera con l'assalto all'ambasciata americana nel quale hanno perso la vita tre persone e una trentina sono rimaste ferite. E' stata presa di mira anche la scuola americana, non distante dalla stessa ambasciata, alcuni locali della quale sono stati incendiati, così come diversi automezzi parcheggiati nelle strade adiacenti alla scuola stessa.

Tutto nasce dalla reazione alla diffusione del trailer su Youtube di un film il cui soggetto è la religione islamica, che viene definita "cancro", e in alcune scene del quale viene rappresentato in modo palesemente oltraggioso il profeta Maometto.

Sulla libertà di espressione artistica tirata in ballo a proposito di questo film, così come in passato è stata tirata in ballo riguardo ad altre iniziative analoghe (t-shorts serigrafate, esposizione di quadri e vignette etc.), è stato disquisito ad abundantiam e non vale la pena di perderci tempo: è una questione di lana caprina che serve solo a menare il can per l'aia.

Penso, invece, che sia opportuno, anzi necessario, cercare di comprendere bene quale sia la forza motrice che alimenta le dinamiche di questo marchingegno infernale che intrappola, ostacola e, infine, rischia di vanificare ogni sforzo, ogni impegno, ogni iniziativa che quotidianamente centinaia di migliaia di uomini e donne di buona volontà, in ogni parte del mondo, stanno mettendo a disposizione di un progetto globale di pace, di dignità, di libertà e di democrazia.

Tutti conosciamo bene la fenomenologia della corruzione: è sufficiente immettere un batterio, un virus, all'interno di un organismo sano, per corromperlo e portarlo più o meno rapidamente al disordine e al disfacimento. E' esattamente questa la situazione che caratterizza lo scenario di questi fatti.

A Tunisi, venerdi 14 settembre 2012 è accaduto, né più né meno quanto segue. Intorno alle 14 si sono radunate sulla scalinata del Teatro Municipale in Avenue Bourguiba poche decine di individui vestiti con il classico abbigliamento salafita e con barba d'ordinanza. Hanno liberamente berciato i loro proclami di fronte alla totale indifferenza della gente, che ha continuato a passeggiare nel corridoio centrale dell'Avenue o a sorseggiare le bibite seduta ai tavolini dei caffè ai lati dell'Avenue, compreso quelli del Cafè du Theatre, a fianco della gradinata dove i salafiti (o chiunque fossero) stavano manifestando. Quando uno di loro ha cominciato a dar segni di eccessiva agitazione la polizia lo ha bloccato e portato via. Evidentemente l'obiettivo di aggregare una folla di persone per dar vita ad una manifestazione di popolo era andato a vuoto. Nel frattempo, a poche centinaia di metri da lì, all'incrocio vicino alla stazione della TGM, la metropolitana di superficie che parte da Tunisi verso la Goulette e arriva a La Marsa,  un certo numero di pickup stracarichi di altri manifestanti che berciavano slogan minacciosi agitando bandiere nere si radunavano per dirigersi, attraverso il raccordo stradale che taglia il lago di Tunisi e porta fino al Kram, verso l'Ambasciata degli Stati Uniti evitando, in tal modo, i blocchi stradali predisposti, in vista dei possibili disordini, su Rue de La Marsa e nelle strade parallele del Lac.

Una volta giunti di fronte all'ambasciata i manifestanti, anziché inscenare la solita manifestazione all'esterno dell'edificio dell'ambasciata stessa, hanno immediatamente preso d'assalto il compound  vincendo la resistenza opposta dalla polizia. Evidentemente i poliziotti tunisini a presidio esterno dell'ambasciata erano preparati si a far fronte agli atti di violenza che potevano verificarsi all'esterno, ma non alla follìa d'un assalto all'edificio presidiato, all'interno, dai militari dell'esercito americano. Invece è avvenuto proprio questo, mentre altre decine di manifestanti si erano diretti verso la scuola americana, sull'altro lato della strada, appiccando il fuoco ad un locale e ad alcuni autoveicoli parcheggiati nelle strade adiacenti. Particolare interessante (e di non trascurabile significato): qualcuno di loro è entrato nei locali della scuola ed è stato visto uscire portandosi dietro computer e altri oggetti. Nel frattempo si è consumato, all'interno del compound dell'ambasciata americana, il dramma inevitabile della sparatoria ad opera dei marines che, dal tetto dell'ambasciata, hanno usato i riot guns contro il centinaio di vandali che, dopo aver distrutto incendiandoli un bel po' di automezzi, militari e non, parcheggiati nel piazzale interno dell'ambasciata stessa minacciavano di entrare all'interno dell'edificio. Pare che i morti siano stati tre e feriti una trentina. E' andata male, malissimo. E poteva andare anche molto peggio.