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ISLAM/ Ecco il "doppio nemico" delle rivolte di piazza

Pubblicazione:martedì 18 settembre 2012 - Ultimo aggiornamento:giovedì 20 settembre 2012, 19.22

Benedetto XVI (Infophoto) Benedetto XVI (Infophoto)

Dopo il drammatico attacco di Bengasi, in cui sono stati uccisi l’ambasciatore americano Christopher Stevens e altri tre membri del corpo diplomatico statunitense, tutti i media internazionali hanno raccontato il dilagare delle proteste dal Nord Africa fino al Sud-Est del Pacifico, attraverso il Medio Oriente e l’Asia Centrale, titolando con voce unanime "rivolta contro l’Occidente". Questa scelta è sicuramente giusta, ma non aiuta a cogliere fino in fondo le conseguenze dei tumultuosi disordini in molti Paesi islamici. Indirizzate contro i simboli e le istituzioni della nostra civiltà, le violente manifestazioni di questi giorni sono anche una rivolta contro il mondo arabo.

Soprattutto, sono un atto di sfida a quella "primavera araba" che sembrava aver indirizzato – pur tra molte ambiguità e contraddizioni – i vari popoli della regione verso un presente e un futuro di speranza. Pertanto, a preoccuparsi di ciò che sta avvenendo dall’altra parte del Mediterraneo non dovrebbero essere soltanto gli Stati Uniti d'America, ma anche tutti i governi democraticamente eletti in questi due anni.

Gli Stati Uniti devono fronteggiare un nemico assai noto: il carsico antiamericanismo che pervade il mondo islamico. E devono farlo per difendere l’ingente capitale diplomatico investito nel supporto al lento e difficile processo di transizione in atto nella regione. La responsabilità di quanto è successo non risiede – come, invece, ha sostenuto Mitt Romney in maniera assai cinica (tanto da essere apertamente richiamato da altri esponenti del Grand Old Party) – nelle linee di politica estera dell’Amministrazione Obama verso il Medio Oriente. Le accuse del candidato repubblicano alla Casa Bianca rappresentano semmai una strumentalizzazione politica molto provinciale, che mette in mostra un grave deficit (forse, il principale) della sua piattaforma elettorale. D’altronde, la politica muscolare di George W. Bush non ha ottenuto maggiori risultati, piuttosto ha contribuito ad alimentare l’odio verso l’Occidente. Dopo una scellerata guerra preventiva contro il regime di Saddam Hussein, l’Iraq si trova infatti nuovamente in pericolo di fronte alla deriva autoritaria del Primo Ministro sciita Nouri al-Maliki. La strategia di Obama, a cui forse è possibile imputare un eccessivo ottimismo, costituisce invece una novità interessante e da non archiviare al primo vero ostacolo. L’aver scommesso sul desiderio di giustizia e di libertà dei popoli della regione (o di alcune loro componenti, anche minoritarie) è stato un rischio grande, ma che andava corso. E che, al tempo stesso, deve essere sostenuto.

Ma sono i Paesi della regione – tra cui soprattutto Libia ed Egitto – a dover prestare particolare attenzione ai tumulti in corso. La vittoria della coalizione liberale nell’ex regno di Gheddafi non ha infatti allontanato il grave problema che attanaglia il suo nuovo governo: ossia l’incapacità di acquisire ed esercitare il monopolio legittimo della forza nel Paese. Senza un pieno controllo del territorio, infatti, la presenza di sacche di resistenza fedeli al regime precedente e di formazioni terroristiche qaediste non potrà che diventare un male endemico della nuova Libia. E ciò potrebbe costituire un pericolo anche per l’Europa e in particolare per l’Italia. Finché le forze di sicurezza del governo di Tripoli non saranno in grado di garantire l’ordine interno, il nostro Continente va incontro a due grandi incognite: da un lato, quella riguardante le dinamiche migratorie illegali; dall’altro, quella relativa alla sicurezza e al pieno rispetto dei contratti economici in atto con la Libia.


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