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Esteri

ISLAM/ Introvigne: vengono dal Mali le "fatwe" che scatenano le piazze

I documenti  di Al Aqmi vanno presi sul serio: i loro appelli vengono letti da diverse migliaia di persone disposte ad obbedire. Il commento di MASSIMO INTROVIGNE

foto Infophotofoto Infophoto

“Uccidete tutti gli ambasciatori Usa”. Arriva via internet l'ennesimo appello per continuare e rendere ancor più sanguinose le violenze contro gli occidentali scoppiate a seguito del film su Maometto. Questa volta è Al Aqmi, l'organizzazione Al Qaeda nel Maghreb islamico a chiedere ai propri seguaci di “seguire l'esempio” degli attacchi al consolati americano di Bengasi. Lo rivela il centro americano di monitoraggio dei siti islamisti IntelCenter. Nel suo messaggio, Al Qaida nel Maghreb islamico definisce l'uccisione dell'ambasciatore Stevens in Libia "il più bel regalo" per tutti gli estremisti islamici in occasione dell'anniversario dell'11 settembre. Il gruppo rivolge un appello ad attaccare le ambasciate americane negli altri paesi del Maghreb (Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania) e a uccidere gli ambasciatori. Abbiamo interpellato per IlSussidiario.net Massimo Introvigne, sociologo ed esperto di religioni.

Introvigne, quella di Al Aqmi può essere definita una fatwa?

L'appellativo di fatwa è improprio e i documenti di questo genere per un islamico non hanno alcun valore religioso. Solo le autorità ecclesiastiche sono titolati ad emettere questo tipo di “responso” come, ad esempio, il Muftì nazionale che è riconosciuto da un governo legittimo, oppure un grande teologo o una prestigiosa università come la Al-Azhar del Cairo che ne emette parecchie. Al Aqmi è semplicemente un gruppo di laici e, in quanto tale, non può emettere questo tipo di “giudizio”. Così come era scorretto chiamare fatwa quelle emesse da Bin Laden, Al Qaeda o Al Zawahiri.

Che significato può, dunque, rivestire un appello di questo tipo?

Siamo in presenza di un appello politico-religioso poiché in un ambito come quello dell'islam fondamentalista, dove è rifiutata qualsiasi distinzione fra politica e religione, non è possibile una separazione netta fra le due realtà. Del resto, anche Papa Benedetto XVI, in Libano, ha ricordato che i movimenti fondamentalisti si caratterizzano per questa errore che crea “confusione” fra politica e religione. Questo, non perché la religione non c'entri affatto con la politica o non aspiri a una collaborazione con essa, ma poiché il rapporto deve essere caratterizzato da “un'unità nella distinzione”. Voglio anche ricordare che il fondamentalismo non sempre è violento.

Per noi occidentali è spesso difficile entrare in una visione tanto distante dalla nostra cultura.