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ELEZIONI/ Il crollo dei cattolici nel polder olandese

Pubblicazione:venerdì 21 settembre 2012

Il Binnenhof a L'Aia, sede del parlamento olandese (foto di Markus Bernet) Il Binnenhof a L'Aia, sede del parlamento olandese (foto di Markus Bernet)

Due anni fa gli olandesi di destra esultavano per quella che si riteneva una coalizione di destra, ma all’esultanza è subentrata la depressione. E non senza motivo: l’elettore olandese mostra da sempre una strutturale tendenza a sinistra, che non toglie che molti che votano a sinistra mantengano concezioni sociali piuttosto conservatrici. Al contrario, i partiti della destra hanno perso di anno in anno la loro credibilità nei confronti dell’elettorato di destra. Tutto questo ha una spiegazione: neoliberalismo, con l’introduzione di dinamiche di mercato nell’assistenza sanitaria, con più polizia, più controlli e regole più severe.

La politica degli ultimi decenni ha fatto dei Paesi Bassi, non solo a livello europeo, ma anche a livello mondiale, uno dei Paesi più ricchi, con una posizione competitiva fortissima. Tuttavia molti cittadini non ne godono, e si sentono estranei. L’altissima produttività del lavoro nei Paesi Bassi va di pari passo con una cultura manageriale gelida, in cui il lavoratore non conta, e chi comanda si arricchisce scandalosamente. Tradizionalmente il divario tra élite e cittadini non è mai stato molto ampio nei Paesi Bassi, ma adesso svolge un ruolo notevole che ha provocato lo smottamento elettorale del 12 settembre.

I Paesi Bassi godono di ricchezza e benessere, ma non sanno più da che parte stare. Parecchi elettori votano in base a considerazioni economiche, ma molti di loro dicono di dover scegliere tra due mali: liberalismo o socialdemocrazia. Non ci si fida né dell’uno né dell’altra, ma non si vedono (più) altre possibilità: infatti, i democristiani non contano più niente, e i nazionalisti hanno esagerato con i toni rabbiosi, che agli olandesi non piacciono.

Il fatto più notevole della politica olandese è – come si è detto – la picchiata dei democristiani. Alcuni decenni fa la base elettorale di questo partito superava il 35%, e adesso è meno del 10%.

Ormai la democrazia cristiana del CDA ha perso la sua attrattiva. Il freddo pragmatismo e l’esagerato moralismo del partito hanno estraniato gli elettori, più i cattolici che i protestanti. Sono finiti i tempi in cui i democristiani erano in grado di legare a sé le classi superiori e inferiori con la loro politica sociale e l’attenzione ai piccoli imprenditori


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