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Esteri

GIORNALISTA UCCISO/ L'inviato di guerra: così scampai a un attentato in Siria

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Non direi. Al limite, per alcuni diventa una sorta di sindrome analoga a quella che colpisce i soldati di ritorno dalla guerra; molti giornalisti, una volta tornati a casa, non riescono a sopportare di stare tra quattro mura per più di qualche giorno.

Quali sono i posti maggiormente a rischio?

Paradossalmente, nei Paesi in cui sono aperti dei conflitti, i teatri di guerra vera e propria sono molto meno pericolosi di molti altri posti. Ovvero: in un campo di battaglia, dove il combattimento è aperto, si conoscono le zone in cui si trovano i soldati dello schieramento avversario, si sa da dove potrebbero arrivare i colpi e ci si attrezza per non trovarsi in mezzo ai due fuochi.  Il vero pericolo consiste nel non sapere quando, come e da dove si potrebbe essere attaccati.

Come nel suo caso?

Esatto. Mi trovavo a Daraa, 100 chilometri a sud di Damasco,  a bordo di un’auto, all’interno di un convoglio governativo. A un certo punto, l’auto di fronte alla mia, che ci stava scortando, è stata colpita in pieno da un razzo Rpg. Una persona è morta, tre sono rimaste ferite, di cui una gravemente. Eppure, era un giorno tranquillo, intorno regnava la quiete. Nessuno pensava che quel giorno ci sarebbero potuti essere rischi.

Attraverso quali canali si raggiungono gli scenari di guerra?

C’è una modalità ufficiale: si fa una richiesta all’ambasciata italiana che viene inoltrata al Paese che si intende raggiungere. Nel caso in cui si ottenga il visto, una volta raggiunta la meta si può essere, sostanzialmente, da soli, o affiancati da esponenti governativi. La seconda via, più pericolosa, ma che consente di accertare maggiormente le notizie, è quella clandestina.

A lei è mai capitato di entrare in un paese clandestinamente?

Mi è capitato in Libia. Ho seguito l’avanzata dei ribelli dalla montagne a sud di Tripoli, entrando a bordo di un loro camioncino. In seguito, con dei colleghi, abbiamo seguito l’entrare in città e, in seguito, a Sirte, grazie ad un locale che si era messo a nostra disposizione (dietro pagamento giornaliero) con un camioncino.

 

(Paolo Nessi)

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