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Esteri

SABRA E CHATILA/ Sarà più forte il perdono o il fantasma della vendetta?

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E’ morto in un attentato  nel gennaio 2002, appena prima di aver dato, in via confidenziale, la sua disponibilità a testimoniare davanti ai giudici belgi su quella strage. Le pressioni internazionali, in primo luogo quelle di Israele, spinsero il Parlamento belga a rivedere le proprie leggi, riducendo la competenza della propria magistratura. La Corte di Cassazione belga fu così costretta ad archiviare l’indagine sulla strage di Sabra e Chatila e sulle responsabilità di Ariel Sharon, nel 1982 ministro della difesa israeliano. 

La società libanese non ha dunque aperto le porte del carcere né ha sbarrato la strada della politica all’esecutore materiale della strage. Altro destino sembrava aver destinato la società israeliana ad Ariel Sharon. Ancora oggi si ricorda in Israele l’enorme manifestazione di piazza che si svolse all’indomani della strage. In quella manifestazione, che chiedeva anche le dimissioni di Sharon, fu segnato il destino politico dell’allora ministro della  Difesa. Fu poi la Commissione  guidata dal giudice Kahan ad affermare che l’esercito israeliano era al corrente dell’operazione dei falangisti, ma non fece nulla per impedirla. In seguito al rapporto della Commissione  Ariel Sharon fu costretto a dimettersi. Tuttavia, la sua  rinascita politica, l’ascesa all’interno del partito di centrodestra Likud, la sua feroce opposizione agli accordi di Oslo, la famosa passeggiata sulla Spianata delle Moschee o Monte del Tempio, la sua vittoria elettorale, l’elezione a primo ministro hanno dimostrato un cambiamento della società israeliana, amaro e sorprendente per molti di quegli israeliani che nel 1982  erano scesi in strada contro di lui. Né il ritiro da Gaza, né la fondazione del partito Kadima, voluto da Sharon, hanno modificato in loro quel giudizio.

Sangue lava sangue. Così è stato, spesso, in Libano: come il 18 gennaio del 1976 con la strage di musulmani a Karantina e due giorni dopo con l’eccidio di cristiani a Damour. Tuttavia, il coraggio della  memoria non è ancora, in molti, una virtù praticata. Si preferisce rimuovere i propri errori e raccontare quegli degli altri. 

Ed allora vale la  pena ai margini della strage di Sabra e Chatila ricordare il comportamento del colonnello e poi generale Franco Angioni. I soldati italiani, insieme a quelli francesi ed americani, erano andati via pochi giorni prima della strage, quando si era concluso l’imbarco di Arafat e dei guerriglieri palestinesi, dal porto di Beirut verso la Tunisia. Quando gli italiani tornarono, per proteggere i sopravvissuti alle stragi, Angioni diede l’ordine che nessuno potesse girare armato nelle strade poste sotto il controllo italiano. Nessuno obbedì, né i miliziani sciiti musulmani, né tantomeno i miliziani falangisti cristiani, alcuni ancora ebbri di ciò che  avevano compiuto pochi giorni prima.