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Esteri

SABRA E CHATILA/ Sarà più forte il perdono o il fantasma della vendetta?

FILIPPO LANDI ricorda il massacro di Sabra e Shatila, i campi profughi del Libano dove 30 anni fa i falangisti cristiani sostenuti da Israele sterminarono fra gli 800 e i 2mila palestinesi

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“Furono le  mosche a farcelo capire. Erano milioni e il ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come  mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della  differenza tra vivi e morti”. Sono le parole di Robert Fisk, uno dei primi giornalisti ad entrare nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila. Le milizie falangiste li avevano invasi nel tardo pomeriggio del 16 settembre e ne uscirono due giorni dopo, verso l’una del 18 settembre. Alle loro spalle si lasciarono un numero, ancora oggi, imprecisato di vittime. Gli assassini, infatti, cercarono di nascondere la gravità del massacro portando fuori dai campi, a bordo di camion, centinaia di corpi e tutto sotto gli occhi dei soldati israeliani che circondavano i campi profughi. Per questo le  cifre variano: 460 vittime secondo il procuratore capo dell’esercito libanese; circa 800 per i servizi segreti israeliani; tra 1000 e 1500 vittime per la Croce Rossa Internazionale; forse 3500 per alcune fonti palestinesi.

Prima  che  nei numeri l’orrore di quella strage, che si compì 30 anni fa, rimane fermo nelle  parole  e nelle foto di coloro che allora furono testimoni. Ancora oggi è possibile rileggere, con facilità, articoli che allora sconvolsero una parte dell’opinione pubblica occidentale, come quello di Loren Jankins, che apparve sul Washington Post: “La scena nel campo di Shatila, quando gli osservatori stranieri vi entrarono il sabato mattina, era come un incubo. In un giardino, i corpi di due donne giacevano su delle macerie dalle quali spuntava la testa di un bambino. Accanto ad esse giaceva il corpo senza testa di un bambino”. Furono poi le foto, scattate in quelle prime ore del dopo massacro, a valere, forse, più di migliaia di parole messe insieme. Le foto più tragiche e significative furono scattate da Mya Shone e da Ryuichi Hirokawa, l’una fotografa americana l’altro fotografo giapponese. Negli anni successivi a quel 1982, con tenacia, portarono quelle foto in giro per il mondo, in mostre e conferenze. Segno di un legame tra loro e quella tragedia che è andato ben oltre il dato professionale.

Quelle foto, oggi, sono forse sbiadite? Papa Benedetto XVI, pochi giorni fa, prima ancora di toccare il suolo libanese, ha voluto ricordare che il suo viaggio cadeva nel trentesimo anniversario della strage di Sabra e Chatila. Tuttavia, in Libano e anche  fuori dal Libano, poco è stato fatto per ricordare quella strage ed i suoi responsabili e molto invece negli anni passati per rimuovere quel ricordo e l’atto d’accusa che da esso giunge.

L’alibi è  stato che  “il sangue chiama sangue” e questo non è vero, perché a Sabra e Chatila ci si accanì contro vittime inermi ed innocenti. In ogni caso, si disse che  le milizie cristiano-falangiste, guidate da Elie Hobeika, cercavano la loro vendetta per l’uccisione, avvenuta in un attentato il 14 settembre, del presidente libanese Bashir Gemayel, figlio del fondatore delle  Falangi libanesi. Nessuna inchiesta fu mai avviata in Libano, neppure dopo la fine della guerra civile. Anzi Elie Hobeika divenne deputato e più volte ministro.