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IL CASO/ Abbruzzese: fare "morale laica" in classe non basterà a salvare la Francia

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Il presidente francese François Hollande (InfoPhoto)  Il presidente francese François Hollande (InfoPhoto)

La ragione spinta fino alla fine del suo percorso sfocia in un desiderio di bene assoluto e di vittoria radicale sul male. Su questo non ci si rassegna, e quindi la ragione termina sempre con un appello, un richiamo e un grido al di là di se stessa. Il ministro Peillon parla invece di una ragione completamente autofondata, presupponendo che quest’ultima possa essere da sola la base della convivenza, e io la ritengo un’idea abbastanza peregrina.

 

E’ giusto che, come dice Peillon, il compito di distinguere il bene dal male spetti allo Stato?

 

Il problema della Francia è che non riesce più a vedere la famiglia come agenzia educativa. In parte perché i genitori stessi sono i primi a essere naufragati sul problema dell’educazione, in parte perché non si parla più di famiglia, bensì di coppia con figli.

 

In Italia però difficilmente si arriverebbe, almeno per ora, a una proposta come quella di Peillon …

 

Capisco che per noi italiani l’idea che lo Stato voglia assumersi il compito di distinguere tra bene e male è semplicemente ridicola, ma è nella tradizione dello Stato francese il fatto di essere anche un propositore di valori. In Francia il concetto di società civile non esiste, ci sono soltanto lo Stato e il cittadino. Le figure intermedie sono state spazzate via, e questa è la grande differenza rispetto al nostro Paese. In Francia ci sono soltanto degli organi eletti dai cittadini.

 

Quali sono le conseguenze di questo fatto?

 

Quando c’è da assumere la funzione educativa, a farsene carico possono essere soltanto lo Stato o il cittadino, cioè la famiglia. E siccome quest’ultima non sembra essere più nelle condizioni di reggere al suo ruolo, lo Stato si sente chiamato in causa. La Repubblica ritiene infatti di essere in prima linea, e non vede altri attori che possano fare qualcosa in modo autonomo, o li considera semplicemente come delle agenzie istituzionali e quindi come realtà concorrenziali.

 

A che cosa si riferisce in particolare?

 

Alle chiese e ai gruppi politici, ciascuno dei quali è concepito come una parte rispetto al tutto che è lo Stato. Quest’ultimo ha quindi il timore che nel silenzio della scuola, le uniche idee che circolino siano quelle di queste agenzie alternative che peraltro sono anche profondamente minoritarie, a eccezione della religione islamica che in Francia è l’istituzione più potente.

 

(Pietro Vernizzi)



© Riproduzione Riservata.

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COMMENTI
05/09/2012 - Laico o ateo? (Vito Patella)

Etimologicamente "laico" significa "del laòs", del popolo, e dal Medioevo indica chi non fa parte dei "chierici". Il laico è nè più nè meno una persona non consacrata: io sono un laico, nel senso che non sono un chierico, ma sono un cristiano cattolico, credente e praticante. Poiché in Italia il prestigio della Chiesa e del clero cattolico nel popolo è ancora molto alto, gli atei (questi sì, veri atei) stanno cercando di imporre la parola laico come vox media, e lo fanno (gli atei) per camuffarsi! Nel caso specifico, in Francia non stanno cercando di valorizzare la religiosità laica (che tra l'altro è un ossimoro ridicolo, perchè non significa niente), ma una visione atea (o massonica) del mondo, che invece ha un significato molto chiaro. Perciò, vi prego di essere, almeno voi de "Il Sussidiario" meno corrivi con le mode del secolo, e di evitare il trappolone del significato sterilizzato del sostantivo/aggettivo "laico".