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Esteri

SIRIA/ Olimpio: ecco perché Egitto e Turchia non spaventano Assad

Il primo ministro turco Erdogan e il presidente egiziano Morsi tornano a criticare duramente l'azione di Assad e le stragi che il conflitto continua a produrre. Ne parliamo con GUIDO OLIMPIO

Bashar al-Assad (InfoPhoto)Bashar al-Assad (InfoPhoto)

Il regime di Bashar al-Assad ha dato vita a “uno Stato terroristico”. Le dure parole del primo ministro turco Tayyip Erdogan nei confronti del leader siriano confermano e inaspriscono la tensione che da tempo caratterizza il rapporto tra i due Paesi, definitivamente incrinato dopo l’episodio dell’abbattimento dell’F-4 turco ad opera della contraerea siriana il 22 giugno scorso. “I massacri in Siria che acquisiscono forza dall'indifferenza della comunità internazionale aumentano sempre più”, ha detto Erdogan, ribadendo che la Turchia non può permettersi il lusso “di rimanere indifferente” di fronte al conflitto in corso.

La critica situazione in Siria spinge a parlare anche il presidente egiziano, Mohamed Morsi, secondo il quale è giunto il momento di un profondo cambiamento nell’esecutivo di Damasco, prevedendo che “il regime non durerà ancora per molto”. Intanto nel Paese continua a scorrere il sangue: sono almeno 23 i bambini uccisi solamente nella giornata di oggi, mentre le vittime totali sarebbero almeno 75, di cui 52 ad Aleppo. IlSussidiario.net ha chiesto un commento al giornalista del Corriere della Sera Guido Olimpio, il quale non si dice affatto stupito dalle parole del primo ministro turco: «Non passa giorno senza che la Turchia faccia una polemica forte nei confronti della crisi siriana e credo che l’attuale tensione stia crescendo essenzialmente per due motivi, il primo dei quali è il sempre crescente numero di profughi alla frontiera turca. Migliaia di persone attendono di poter entrare e altre 70mila sono già presenti sul territorio turco».

L’altro elemento, continua a spiegare Olimpio, è invece rappresentato «dal dossier sempre aperto riguardante i curdi: ricordiamoci che la Turchia ha un problema in particolare con il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan, ndr), un movimento che ha trovato nuova linfa in Siria e che possiede basi sia nel territorio siriano che nel nord dell’Iraq, da cui lancia pesanti attacchi all’interno della Turchia. Ankara ha più volte accusato la Siria di nascondersi dietro queste azioni, quindi è inevitabile che la questione turca si intrecci con quella più strettamente siriana».