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ALGERIA/ Ecco chi c'è dietro a queste stragi

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Una manifestazione in Algeria (Foto: Infophoto)  Una manifestazione in Algeria (Foto: Infophoto)

Le facce sono le stesse. La storia, anche. In Algeria, dopo un decennio di silenzio tombale, torna a farsi sentire l’estremismo armato, degno erede del vero padrone di Algeri: la Jamaa Islamiya, madre di Al Qaeda e del terrorismo internazionale. Nasce proprio nel paese potenzialmente più ricco e agiato di tutto il quadrante arabo il network del terrore, che dal Sudan fino alla Mauritania, passando per Somalia, Mali e Nigeria, ormai decide le sorti di un pezzo di mondo, accerchiato e compresso. E oggi mette a segno un altro colpo devastante, con l’aiuto, forse involontario forse no, delle forze governative, che decidono di fare un raid proprio mentre gli ostaggi, peraltro appesantiti da cinture esplosive, tentano la fuga.
E lì il disastro, con tecnici occidentali uccisi a grappoli fino alla cifra di cinquanta. Gli algerini rivivono l’incubo e ogni ombra esce dall’angolo per tornare a fare paura a chi, dal 1990 ai primi del 2000, ha visto scorrere tanto sangue da confondersi con l’asfalto, l’aria, l’acqua dei fiumi. Così iniziò e così prosegue la lotta integralista armata in Algeria, dove, forse un patto non rispettato e l’attacco francese in Mali contro gli islamisti, ogni equilibrio pare saltato e ogni difesa pare sguarnita. L’Algeria, fino a ieri immersa in un totale silenzio derivato o meglio imposto dalla riconciliazione della vergogna fra islamisti e governo, oggi si risveglia ancora con le mani nel sangue. Tahar Djaout, scrittore e giornalista algerino ucciso nel 1993, ebbe l’ardire di chiudere un suo pezzo, l’ultimo, con queste parole: “Se parli muori, se non parli muori, allora parla e muori”. E l’Algeria, proprio da quel maledetto 1993 quando il Fis (Fronte Islamico di Salvezza) si unì alle altre sigle terroristiche mondiali e in specie del quadrante, non ha più avuto pace. Pace che oggi si rivela quanto mai fasulla, come fasullo è stato il non coinvolgimento dell’Algeria nelle primavere arabe.
Molti, prima di scrivere l’ultima parte del mio libro “Le Ombre di Algeri”, mi chiedevano: “Ma che ne è dell’Algeria? Perché ad Algeri le piazze sono vuote?”. Semplice, perché lì la primavera araba c’è già stata e a quel periodo si deve datare la nascita del terrorismo internazionale organizzato, i cui esecutori materiali oggi sono nella regia del sequestro e del massacro dei dipendenti delle società petrolifere. Ecco il risultato del non aver voluto parlare per anni di Algeria e di come gli algerini hanno vissuto questi venti anni di inferno, prima nel sangue e poi nel silenzio. Chi oggi si stupisce o inorridisce di fronte a tanta morte, altro non provoca in me che irritazione, visto che la realtà algerina era davanti agli occhi di tutti ma nessuno, per convenienze e pressioni lobbistiche ha mai voluto reagire. Oggi l’Algeria torna, dopo dieci anni di buio, all’attenzione delle cronache internazionali.
Ma la strategia, la diplomazia e i servizi di tutto il mondo lo sanno, è sempre la stessa. Colpire, fare male e poi trattare. L’estremismo algerino, che fa da maestro a quello del Mali, piuttosto che del Chad o della Nigeria, è stato silente per anni per poi ripresentarsi con la sua faccia più autentica: quella del sangue sparso e del terrore diffuso. A chi oggi decidesse di portare avanti un’idea di gestione del quadrante tramite l’eliminazione fisica del terrorismo nel Sahel, nel Maghreb o nel Corno d’Africa, deve sapere che ha davanti un “top enemy” come l’integralismo armato algerino, che ha dalla sua la primazia nella strategia stragistica e la primogenitura della creatura Al Qaeda. 



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