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MALI/ Così la Francia mette a rischio Europa e cristiani

Pubblicazione:sabato 19 gennaio 2013 - Ultimo aggiornamento:sabato 19 gennaio 2013, 16.38

Aerei francesi in azione (InfoPhoto) Aerei francesi in azione (InfoPhoto)

Nel 1969, la Banca Mondiale fece una prima profonda analisi economica del Paese, dopo che un nuovo Governo (militare), con l’aiuto di Rue Monsieur a Parigi (formalmente Ministero della Cooperazione, ma essenzialmente sede di intrighi politici-commerciali-industriali dell’ex-metropoli nei confronti delle ex colonie), aveva messo alle porte i russi e raffreddato i rapporti con i cinesi. Nell’ambito dell’antico impero del Mali (da cui emerse l’Impero Songhai che controllò per un secolo parte del Paese) convivevano varie etnie e forme statuali (come nel Sacro Romano Impero del Seicento); dal diciottesimo secolo all’arrivo dei francesi nelle ultime decadi del diciannovesimo, gli Imperi del Mali e del Songhai si frammentarono in Regni continuamente in guerra gli uni contro gli altri. Nel quattordicesimo secolo, con Musa I Imperatore, l’Islam divento “la religione di Stato”, come confermato da editti su tessuto conservati a Timbuctù.

Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso (quando sono stato spesso nella regione), nonostante il Paese fosse formalmente una Repubblica, da Mopti a quello che ora è il Burkina Faso molte questioni venivano risolte nell’ambito delle regole tradizionali del Regno Dogon, il cui Re (educato a Parigi e Mosca) ho più volte incontrato. Nonostante l’influenza francese, e l’esistenza di una bella Cattedrale a Bamako (in stile anni Trenta), il cristianesimo non ha fatto troppa strada. La popolazione era, ed è, o animista o musulmana; non per nulla in Mali ci sono magnifiche moschee (stupenda quella di Mopti, contornata dal fiume Niger e dai suoi affluenti: una Venezia che sbuca dal deserto) e l’ormai abbandonato grande centro universitario e culturale di Timbuctù .

Dissidi etnici sono sempre stati una caratteristica della regione. Prima dell’arrivo degli europei, venivano risolti o in modo cooperativo per problemi di sopravvivenza ecologica (nella transumanza si decideva collegialmente quali uomini e quali bestie si dovevano lasciare indietro quando il pascolo si inaridiva), oppure con guerre. Chi perdeva diventava schiavo del vincitore e dal Seicento veniva portato, dopo un lungo percorso a piedi (almeno la metà periva nel tragitto) all’isola di Gorée, di fronte a Dakar, per essere venduto di solito a mercanti portoghesi; ancora oggi si possono visitare le prigioni e il mercato dove avveniva l’asta, principalmente di uomini - poche erano le donne prigioniere, che venivano di solito adibite ai servizi domestici del vincitore.


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