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MALI/ Così la Francia mette a rischio Europa e cristiani

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Aerei francesi in azione (InfoPhoto)  Aerei francesi in azione (InfoPhoto)

I contrasti e le lotte tra clan ed etnie sono sempre stati endemici, come lo erano nel Sacro Impero Romano in Europa e in India tra i Rajput. Con lo sviluppo tecnologico, in un terreno del genere, si alimenta inevitabilmente il terrorismo. Mentre numerose voci esultano per l’intervento della Francia in Mali, ne vedo serie insidie. L’esito può essere disastroso, come lo è stato dieci anni fa nella regione dei Grandi Laghi (Ruanda e Burundi, due Stati fantoccio governati da plenipotenziari di Rue Monsieur) e in Congo, nonché più recentemente in Libia. Anche se si giungerà a una tregua (come in Costa d’Avorio) sarà probabilmente di breve durata e aggraverà i sentimenti anti-europei e anti-cristiani (si veda cosa sta avvenendo in Nigeria).

Cosa fare? I problemi sono millenari: meglio lasciare che i Bambara, i Dogon, i Tuareg, i Kita, i Fulani, i Boufalabé, i Sarakole, i Malinke se li risolvano tra loro come fanno da sempre. Oppure con un intervento dell’Ecowas (l’unione economica dell’Africa Occidentale) e dell’Unione africana. Oppure ancora con quello delle Nazioni Unite. Un supporto armato dell’ex metropoli coloniale (benedetto dall’Europa) in favore dei Bambara rischia di aggravare la situazione in Mali e di esportare nuovo terrorismo in Europa, soprattutto verso quei paesi che offrono anche solamente supporto logistico.

Non si tratta di perdere solamente l’oro del Mali, il cotone a fibra lunga e potenzialmente potassio e oli minerali, ma di evitare un’ondata di terrorismo. Al pari dei Rajuput indiani, i Bambara, i Dogon, i Tuareg, i Kita, i Fulani, i Boufalabé, i Sarakole, i Malinke sono guerrieri e guerriglieri prima di essere allevatori o coltivatori.

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