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ELEZIONI ISRAELE/ I "trucchi" di Netanyahu preoccupano Obama

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Barack Obama (InfoPhoto)  Barack Obama (InfoPhoto)

I risultati delle elezioni in Israele hanno portato al pareggio tra il blocco di centrodestra, compresi i partiti religiosi, e il cosiddetto blocco di centrosinistra, formato in realtà da una galassia di partiti di centro, di sinistra e della minoranza araba. Benjamin Netanyahu appare come un leader politicamente “azzoppato”, per riprendere un’espressione, tipica della terminologia politica americana. Ancora in sella, ma con alle spalle una folla di sostenitori di molto diradata. Davanti a lui Yair Lapid, il vincitore morale delle elezioni 2013. Lapid l’uomo di “centro”, colui che ha fondato il suo partito appena un anno fa.

L’ascesa di Lapid si contrappone, anche, al tracollo del grande partito di centro Kadima, fondato solo pochi anni  fa dall’ex generale e poi primo ministro Sharon. Kadima combatte in queste ore tra la sua completa estinzione e la possibilità di mantenere due seggi in Parlamento, quando i risultati elettorali saranno definitivi.

Il caso di Lapid come quello di Mofaz, l’attuale leader di Kadima, mostrano un problema centrale della politica israeliana, che queste elezioni hanno, ancora una volta, evidenziato: l’assenza di un partito di centro, che  abbia una strategia, una cultura politica e una classe dirigente convincente per l’opinione pubblica. 

La  rottura del bipolarismo, che aveva segnato decenni della vita politica israeliana, si era compiuta all’inizio degli anni duemila. Il primo ministro in carica Sharon aveva fondato il suo partito, Kadima, che tradotto in italiano vuol dire “avanti”. Aveva rotto con il Likud, il partito della destra conservatrice, uno dei poli dello storico bipolarismo israeliano. A Sharon aveva dato una mano l’attuale capo dello stato Peres, che aveva abbandonato il partito laburista (l’altro polo del bipolarismo) per aderire al progetto politico di Sharon. Fattore scatenante di quelle scelte fu il dibattito sul ritiro o meno dei coloni ebrei da Gaza. Sharon e Peres si trovarono uniti sulla necessità di portare avanti quel ritiro. Da ex generale Sharon sosteneva l’impossibilità di difendere 8mila coloni ebrei sparsi tra un milione e mezzo di palestinesi. Sosteneva anche l’opportunità di conservare e stabilizzare la presenza ebraica in Cisgiordania, inglobando inoltre in Israele l’intera Gerusalemme. Tesi condivise da Peres, che le considerava una base per raggiungere un’intesa con i palestinesi, ovviamente su condizioni vantaggiose per Israele. 

Toccherà poi ad Olmert portare avanti il progetto politico di Kadima, quando Sharon venne fermato da un ictus che  ancora oggi lo inchioda, in uno stato di incoscienza, in un letto.


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