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TAREK AZIZ/ Quel grido levato al Papa chiede una pietà umana

Saddam Hussein (Infophoto) Saddam Hussein (Infophoto)

Da allora, sospesa ma non annullata la pena capitale a seguito degli appelli di cui si diceva, Tarek Aziz continua a restare in carcere in sempre meno buone condizioni di salute, e a quanto pare anche molto depresso (non senza, è giusto aggiungere, molti buoni motivi per esserlo).

Personalmente ho una certa simpatia per Tarek Aziz iniziata quando a Ginevra, il 9 gennaio 1991, insieme a molti altri giornalisti di ogni parte del mondo, seguii la giornata dei suoi colloqui con il Segretario di Stato americano James Baker, l’ultimo tentativo che venne fatto per scongiurare quella che sarebbe poi passata alla storia come la guerra del Golfo. Sia lui che, almeno fino a un certo momento, anche Baker cercarono con autentica buona volontà di evitare le lacrime e il sangue di una guerra incombente. E una soluzione ragionevole alla crisi provocata dall’invasione irachena del Kuwait era stata prospettata, finché dall’alto venne evidentemente l’ordine a Baker di far fallire l’accordo.

Dopo quella guerra e poco prima di quella successiva ebbi occasione - non in veste di giornalista - di essere presente a colloqui con Tarez Aziz rispettivamente a Bagdad e a Roma. In tutte e due le circostanze mi parve un uomo che, stretto nella macina di forze da ogni lato ben più grandi di lui, cercava di fare tutto quanto di meglio poteva per il suo Paese, contribuendo anche così a rendere più facile o comunque meno difficile l’ardua sorte dei cristiani iracheni. Certamente è stato anche compagno di viaggio di un dittatore sempre pronto a spargere sangue. Questo è vero, ma non c’è questo soltanto. Perciò mi auguro, prego e confido si possa fare qualcosa perché il tempo che ha già trascorso in carcere e gli anni che ha già vissuto sotto l’incombenza della pena di morte gli siano riconosciuti in questa vita come una pena sufficiente.

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